Carmelo Agnetta fu garibaldino arditissimo ma anche prefetto attaccabrighe. Guidò la cosiddetta ‘retroguardia dei Mille’ arrivata a Marsala il 1° giugno 1860 con un carico prezioso di armi e munizioni. Ricevette il famoso schiaffo da Bixio e nell’inevitabile duello rese invalida la mano che l’aveva colpito. Voglio però qui ricordare anche la carriera di Agnetta come alto funzionario dello Stato. Apparteneva a famiglia siciliana, nato il 22 agosto 1823 a Caserta dove il genitore Giuseppe, ufficiale di carriera, si trovava di guarnigione. La madre pure di origini siciliane si chiamava Marianna Petronilla Gerardi. Il ragazzo, dopo essere rimasto orfano del padre, compì gli studi a Palermo: l’educazione sua, dei fratelli Francesco e Giacinto e della sorella fu curata dallo zio Antonio Agnetta, avvocato e patriota. La madre si risposò ed ebbe altra prole.
Carmelo Agnetta come tanti coetanei partecipò con passione alle vicende politiche del suo tempo, prima ai moti di Messina del 1° settembre 1847, poi alle vicende rivoluzionarie siciliane del 1848 rivestendo incarichi militari e civili nel governo provvisorio. A Palermo durante la presidenza di Ruggiero Settimo fondò «un circolo popolare “per la diffusione delle idee democratiche” in contrasto con i maggiori responsabili del posto, ai quali procurò seri fastidi».[1] Ricoprì il grado di capitano nel terzo battaglione siculo e fu comandante militare del distretto di Corleone. Soggiornò anche all’estero come segretario della delegazione inviata in missione a Parigi e Londra e nella capitale inglese, allorché sorse una vertenza legale col governo borbonico per l’acquisto di alcune navi, Agnetta diede prova del suo carattere che definire ‘vivace’ è riduttivo: aggredì e fu sul punto d’uccidere tale De Angelis che rappresentava il governo napoletano. A Londra Agnetta ebbe modo di conoscere Luigi Napoleone, futuro Napoleone III.
Nel 1849 quando le sorti della Sicilia volsero al peggio, Agnetta con altri patrioti liberali fu costretto a partire, diretto prima a Malta, poi in Francia e nel Regno Unito. [2] Frequentò in esilio Francesco Crispi (vedremo quanta importanza rivestì quell’amicizia nella sua vita) e collaborò col generale Guglielmo Pepe nella stesura delle memorie. Le vicende della vita lo portarono in Egitto e nuovamente a Parigi, poiché un sovrano rescritto del 13 agosto 1850 gli fece divieto assoluto di tornare in patria. Salvatore Maniscalco, capo della polizia borbonica a Palermo, scrisse di lui: «Giovine di civili condizioni, pericoloso perché di mente esaltata». [3] Le sue peculiarità caratteriali segnano continuamente il racconto biografico. Durante il soggiorno egiziano si diffuse la voce che si facesse mantenere da una prostituta.
In Francia, dove si dedicò anche al commercio degli agrumi, strinse amicizia col carrarese Francesco Nicoli che lo onorò dopo la morte con un monumento funerario.[4] Nel 1859, scoppiata la seconda guerra d’indipendenza, Agnetta alla testa di 32 volontari andò ad arruolarsi nell’esercito toscano. L’anno dopo, quando Garibaldi progettò la spedizione in Sicilia, tenne contatti con Giuseppe La Farina, Agostino Bertani e Giacomo Medici e nella notte dal 25 al 26 maggio 1860 s’imbarcò a Genova su un rimorchiatore che portava il nome ‘Utile’, insieme con una sessantina di compagni e un carico di più di mille fucili e 100.000 cartucce.[5]
Come è noto, al momento della partenza dei Mille da Quarto buona parte delle munizioni non erano state imbarcate. Scrisse Garibaldi a Bertani da Talamone: «Nella notte della nostra partenza si smarrirono due barche di Profumo (capo barcaiolo) che portavano le munizioni, i cappellozzi, tutte le carabine e revolver, 230 fucili, ecc. Nel giorno seguente cercammo indarno tali barche per molte ore e proseguimmo dopo. Qui abbiam rimediato alle principali urgenze, grazie alla buona volontà delle autorità di Orbetello e di queste. Fra poco avrete altre notizie di noi. Frattanto fate ritirare tutti gli oggetti suddetti.»[6] In effetti, Bertani recuperò il tutto e con altro materiale fece un unico carico sull’Utile. Il gruppo partito agli ordini di Agnetta era formato da parecchi siciliani e genovesi ma c’erano giovani di tutte le regioni italiane e anche due ungheresi e un polacco. Il lombardo Giulio Adamoli[7] s’era dimesso dall’esercito per seguire Garibaldi e s’era recato a Genova sperando di partire al più presto. «Le ragioni poi, per cui tanto il Bertani che il Medici non avevano voluto svelarmi la partenza dell’Utile, e m’avevano anzi lasciato andare in Lombardia, sono facili a indovinare. Oltre al riserbo, che loro s’imponeva in massima, e alla necessità di mantenere il segreto con le autorità piemontesi, le quali non potevano non opporsi ad un aperto tentativo contro il reame di Napoli, essi avevano dovuto tener conto da un lato della piccolezza del vapore, che limitava la scorta, e dall’altro del bisogno di ufficiali sperimentati per il secondo grosso invio di volontari.
La cieca fortuna, portandomi al molo, mandò a monte quei loro propositi al riguardo mio […] L’Utile, un vaporetto a ruote, adoperato fino allora all’ufficio di rimorchiatore nel porto, stazzava sessantanove tonnellate. Immerso fino ai tamburi per il grave carico delle armi e delle munizioni, navigava pesantemente, filando in media quattro sole miglia per ora. Guai se il tempo si fosse volto alla burrasca! Ispiravano però piena confidenza così la ciurma, composta di svelti marinai genovesi, come il capitano Francesco Lavarello di Livorno, un pezzo d’uomo, con un viso bruciato dal sole, con certi occhi fieri e sicuri, ombreggiati da folte sopracciglia da vero lupo di mare […] Si presentò come capo della spedizione, mostrando le lettere del Medici e del La Farina, Carmelo Agnetta, un siciliano bruno, vivace, intelligente, che dopo aver subito la prigione in seguito ai moti del ’48, era emigrato in Oriente, poi a Parigi, donde ora veniva. Riconobbero tutti la sua autorità, tranne uno, Enrico Fardella di Trapani,[8] ex ufficiale, credo, della marina britannica, il quale dichiarò di voler essere indipendente.»[9]
Agnetta, ricorda Adamoli, portava sempre il fez, evidente ‘souvenir’ del soggiorno egiziano.[10] Ecco le tappe del viaggio: sosta alla Maddalena, poi a Cagliari infine il balzo verso la Sicilia. La spedizione Agnetta riuscì a sbarcare a Marsala senza danni (certamente, il rimorchiatore Utile non avrebbe potuto sostenere nessuna battaglia navale). A terra la comitiva percorse la stessa via seguita dai Mille e da Salemi il 3 giugno 1860 Agnetta scrisse a Crispi: «Andiamo alla mia spedizione; essa è stata faticosa, piena di pericoli come rileverai da un rapporto al generale; però ho la soddisfazione di averla portata a compimento. Porto mille e rotti fucili e 100.000 cartucce. Bramerei farne a te la consegna; del resto farò quello che crederà il generale. Io partirò domani mentre la marcia dei miei 60 uomini che scortano il convoglio è stata di 36 miglia. Ti prego di domandare al generale in mio nome e loro il favore di farci combattere in prima riga al primo combattimento. Addio».[11] Qualche giorno dopo, da Monreale, nuovo messaggio di Agnetta per Crispi: «Ieri mentre ero in marcia per la sospirata meta che mi discarica dalla non lieve responsabilità che pesa su di me, un ordine del generale mi fece retrocedere, ad aspettare nuovi ordini mi costrinse. La mia e l’impazienza dei miei uomini è al colmo. Fammi la grazia di fare ciò conoscere al generale. Aggiungi che gli uomini che io porto sono in se stessi il quadro di un battaglione. Gente tutta scelta e che non bisogna farla soffrir molto. Del resto tutte queste sono parole inutili mentre io sono schiavo della consegna».[12]
Garibaldi, appena avvisato, mandò questo messaggio: «Caro Comandante, vi felicito dell’arrivo vostro e dei vostri bravi compagni. Marciate con sollecitudine verso Palermo seguendo le strade Salemi, Calatafimi, Alcamo, Partinico, Monreale. Spero di stringervi presto la mano»[13]. Giuseppe Bandi, che ad Alcamo s’aggregò alla compagnia, ricordò: «Erano settantadue in tutti ed avean seco duemila schioppi e assai munizioni. Li conducevano il siciliano Agnetta ed un altro, egualmente siciliano, i quali eran partiti da Genova sopra un piroscafo rimorchiatore, guidato da quel fior di patriota che fu Francesco Lavarello da Livorno. Il barone Sant’Anna ci dette quante carrozze poté trovare e il giorno dopo partimmo insieme alla schiera di Agnetta e a una numerosa banda d’insorti, che venne di conserva con noi. Giungemmo la sera a Partinico. La città che, dopo le batoste toccate ai regi a Calatafimi, aveva dato loro il resto del carlino mentre passavano per tornarsene, era tutta in arme. Nell’entrare la strada asserragliata aveva per sentinelle due frati cappuccini, con un gran berretto rosso in capo, colla tonaca rimboccata intorno alla vita e colla sciabola al fianco e il moschetto sulla spalla.»[14]
Il gruppo Agnetta arrivò infine a Palermo. Abba ricordò: «Sono giunti qua sessanta giovani condotti da Carmelo Agnetta. Navigarono da Genova a Marsala, su d’un guscio che si chiama l’Utile, dove avran dovuto star pigiati peggio che i negri menati schiavi. Hanno portato due migliaia tra schioppi e schioppacci, e munizioni da guerra e i loro cuori.»[15] L’episodio dello schiaffo di Bixio è rievocato così da Adamoli che ne fu testimone: «Ci si condusse nella chiesa di San Giuseppe dei Teatini, sui Quattro Canti, aperta la volta da una bomba, e già occupata dai garibaldini. Schierati nella navata sinistra, attendevamo già la visita di Garibaldi, impazienti di vederlo e di udirlo: l’Agnetta era già pronto a presentargli il suo piccolo drappello, quando entrarono due ufficiali in giubba di tela. Quegli che aveva l’aria di maggior grado, venne difilato a noi, e domandò – “Chi comanda qui?” L’Agnetta si fece innanzi, e l’altro, senza aspettar risposta – “Vada coi suoi uomini ad accompagnare ai funerali la salma del colonnello Tuköry”. L’Agnetta, ritto sul ‘guard’a voi’, chiede: - “Ma scusi, chi è lei?” - “Io sono Bixio”, grida e gli lascia cadere in viso un manrovescio. Ne nasce un parapiglia infernale. L’Agnetta mette mano alla sciabola e i nostri si vogliono scagliar sul Bixio per vendicare il loro comandante. Giuseppe Dezza, il compagno di Bixio, ed altri ci si buttano di mezzo per trattenere i contendenti. A gran fatica le cose si acquietano. L’Agnetta voleva aver subito, e con ragione, una soddisfazione per le armi. Ma Garibaldi, a più buon diritto, proibì il duello: i tempi non permettevano a lui di dare a un Bixio il lusso di giuocarsi la vita».[16]
Bixio riferendosi a quell’episodio scrisse semplicemente: «Io non potei, dopo aver preparato tutto, essere del numero perché uno schiaffo dato ad un certo Agnetta indispose il generale che mi mise agli arresti». Un giurì d’onore rimandò la soluzione della vertenza alla fine della campagna militare. Nell’attesa Agnetta guadagnò velocemente i gradi: prima Capitano aiutante maggiore poi maggiore. Egli insisteva per avere soddisfazione nonostante l’invito autorevole di Garibaldi: «Mio caro comandante Agnetta, voi siete un ufficiale d’onore e se la mia stima e l’amicizia valgono, voi l’avete illimitata. Comunque sia io stimo il successo una sciagura e se, in seguito a quanto avete fatto per soddisfazione vostra, vorreste troncare la questione ve ne sarei tenuto».
Agnetta lasciò l’esercito nel febbraio 1861. Ci fu un infuocato scambio di corrispondenza tra lui e Bixio il quale chiedeva conto della vecchia accusa d’essersi fatto mantenere da una prostituta. Il siciliano ribatté piccato: «Un uomo che a un invito d’onore risponde con la calunnia per evitarlo, non so veramente qual nome egli meriti e di quale titolo egli sia degno.»[17] Il duello avvenne finalmente il 17 novembre 1861 a Brissago, luogo di confine tra Italia e Svizzera. Bixio e Agnetta furono posti dai padrini a distanza di trenta passi armati di pistola, con facoltà di avanzare e sparare a volontà. Al primo colpo il siciliano attinse l’altro alla mano. La ferita era seria, provocò molte sofferenze e fece perdere la piena funzionalità dell’arto. Si attribuisce a Bixio la frase: «Sono punito nella mano che ha peccato» ma, come riferisce Gualtiero Castellini, «tenne poi l’Agnetta in conto di amico, come uomo che faceva parte per dir così, della tribù dei violenti buoni cui egli apparteneva»[18] tanto da raccomandarlo per l’assunzione nell’amministrazione dell’Interno. Il 16 dicembre 1861 Agnetta, partendo per un nuovo soggiorno parigino, ringraziò Bixio «per modo gentile e cavalleresco che ha usato, al mio riguardo, presso il ministro».[19]
Nel 1862 Agnetta era in procinto di partecipare alla spedizione garibaldina che finì poi in Calabria nello scontro con le truppe regolari. «Si faceva un’adunata di garibaldini a cui il Dittatore, per mezzo dei suoi ex ufficiali superiori aveva rivolto appello per la spedizione che doveva finire tragicamente ad Aspromonte. A Torino quei giovani generosi facevano capo a Carmelo Agnetta, il quale li assicurava che anch’egli avrebbe seguito il Duce: ma un bel giorno essi appresero che egli aveva ottenuto dal Governo la prefettura di una delle nuove provincie annesse e che era partito per la propria residenza».20 In effetti, Agnetta entrò in carriera proprio nell’agosto 1862 come Consigliere di 3ª classe presso la prefettura di Palermo. «Portò negli uffici, che ebbe, di consigliere di prefettura o di sottoprefetto, le sue abitudini di violenza, una volontà indocile e intransigente, l’abitudine di farsi ragione con le sue mani. Si comprende da ciò come gli dovessero accadere molti curiosi incidenti, che i suoi superiori cercavano sempre di coprire pietosamente».21 I ventisette anni di carriera furono un susseguirsi di episodi movimentati in un frenetico tour attraverso l’Italia.
Dopo breve tempo trascorso a Palermo, Agnetta andò in Romagna. Allorché dal carcere militare di Forlì evasero 16 soldati guidò personalmente le ricerche degli evasi che furono in buona parte ripresi. E sin qui nulla di male ma, come padrino di un collega, recò una sfida a duello che, proprio perché vietato dalla legge, si svolse nel territorio di San Marino. Per questa condotta, riprovevole per un pubblico funzionario, Agnetta subì un severo richiamo dal Ministero dell’Interno e il trasferimento. Come reggente della Sottoprefettura di Cesena dovette affrontare il problema della renitenza alla leva. Il clero locale non mancava di alimentare il rimpianto per il governo papalino e l’opposizione allo Stato unitario.
Agnetta scrisse in un rapporto: «Il confessionale è il campo ordinario dei preti, è là che agitano le coscienze, è là che fan vedere provvisorio e di nessuna consistenza il Governo di Sua Maestà il re, è là che eccitano i nuovi iscritti alla renitenza».22 Le canoniche e talvolta gli stessi seminari fornivano ospitalità ai giovani fuggiaschi, tanto che furono messi sotto processo una decina di religiosi. Le autorità civili reagirono con durezza ricorrendo anche alla vessazione di obbligare le famiglie dei renitenti ad ospitare un drappello militare a proprie spese così da rischiare la rovina economica. Agnetta fu Regio delegato straordinario al comune di Faenza, Consigliere di prefettura a Ravenna, Sottoprefetto a Borgotaro. In ogni sede si rinnovavano contro di lui accuse d’abuso di potere.
Una sera nel foyer del teatro di Cesena, trovatosi di fronte un “guappo” locale, lo trascinò fuori con maniere brusche minacciandolo di più duro trattamento. In un’altra occasione affrontò in strada dei manifestanti, agguantò con forza erculea il capo e lo consegnò ai Carabinieri. Nel 1866, allo scoppio della terza guerra d’indipendenza, chiese di potersi arruolare ma non gli fu concesso. A Gallipoli come Sottoprefetto ebbe il merito di porre fine a lunghe diatribe tra i maggiorenti locali. Inviato in Campania come Sottoprefetto di Vallo s’impegnò personalmente nella lotta al brigantaggio e, armato di fucile, guidò perlustrazioni a caccia di latitanti. Una deliberazione municipale affermava con solennità: «Le bande brigantesche, che avevano gettato i cittadini nello squallore, nella miseria e nell’agitazione e commesso atti vandalici e sanguinosi, sono scomparse con l’uccisione e presentazione di centotrentuno briganti mediante l’opera dell’Agnetta. I pochi superstiti sono messi in fuga e dispersi e tutto è ritornato nell’ordine ed è rianimato lo spirito pubblico. »
Il Nostro mise in opera lo stesso attivismo ad Isernia. Quando furono uccisi due Carabinieri condusse personalmente la caccia ai responsabili che furono arrestati. Nel 1867 fu mandato ad Alcamo durante una devastante epidemia di colera.23 Per alcuni mesi lavorò anche a Napoli come Capo gabinetto del prefetto Gravina. Quand’era a Brindisi pare che abbia avuto un ruolo nel cosiddetto “affare Lobbia”. Il deputato Cristiano Lobbia era stato pugnalato a Firenze dopo avere minacciato rivelazioni sullo scandalo della Regia cointeressata dei tabacchi. Autore del crimine (ma i giudici affermarono che era stata una simulazione) fu, secondo una versione oggi impossibile da verificare, il noto faccendiere-spia Giacomo Francesco Griscelli il quale s’allontanò dall’Italia imbarcandosi a Brindisi con l’aiuto di Agnetta, a ciò “sensibilizzato”da Crispi. Gaetano Zini anch’egli Sottoprefetto e fratello del più famoso Luigi, raccontava che quel servizio anni dopo procurò ad Agnetta la nomina a prefetto proprio grazie alle raccomandazioni di Crispi.[24]
Nel 1870 dopo il 20 settembre Agnetta svolse una missione presso la Luogotenenza del Re a Roma. L’anno dopo, quando era Sottoprefetto a Termini Imerese, fu retrocesso nella carriera e trasferito a Bergamo a causa di un arresto arbitrario che aveva ordinato. Nelle note personali è scritto: «Poca pratica amministrativa, ma molta energia, indole pronta, svegliata, carattere leale, coraggioso ma troppo impetuoso, facile ad avere contrasti. Varie volte dovette essere traslocato, quando era Sottoprefetto, per essersi reso incompatibile pel suo carattere violento».[25] Quindi, non v’è dubbio che Agnetta fosse davvero un attaccabrighe.
Dopo Bergamo prestò servizio a Caserta, nel 1873 quando prestava servizio ad Acireale quel Municipio gli concesse la cittadinanza onoraria. In verità, insieme con denunzie e lagnanze, Agnetta raccolse nella sua carriera anche attestati di benemerenza. Era certamente una personalità complessa e poliedrica. Nel 1874 Emilia Toscanelli, moglie di Ubaldino Peruzzi, la quale teneva a Firenze un rinomato salotto di cultura frequentato da politici, letterati ed artisti (preferibilmente simpatizzanti per la Destra storica) sirivolse ad Agnetta per avere notizie e un giudizio sulla situazione siciliana. È interessante leggere quanto Agnetta rispose da Acireale: «La Sicilia è travagliata da vecchi mali pei quali i rimedi i più opportuni sono le strade, le opere pubbliche in genere e soprattutto l’istruzione pubblica e precipuamente l’elementare […] Ai vecchi mali se ne aggiunge un altro di sua natura acutissimo ed è la profonda corruzione delle masse che è giunta a tal punto da generare la Mafia. Qualunque siciliano non ha mai potuto sapere da che derivi questo vocabolo, però la cosa che denota è una specie di associazione segreta che tende a far vivere gli affiliati senza travagliare e ad eludere la legge in tutte le conseguenze sue. Infatti mercé le male arti della Mafia la legge dei giurati è convertita in strumento di impunità. La Pubblica Sicurezza ignara, avvilita, spaventata, più non funziona. Le aziende comunali sono in mano di mestatori altrimenti mafiosi in guanti gialli […] I pubblici funzionari, la massima parte ignara dei costumi, della lingua e delle speciali tradizioni di questo specialissimo paese, sentono il vuoto che li circonda e di null’altro si curano che di abbreviare il loro soggiorno nell’isola, vantando poi come servizi speciali l’esser rimasti fantocci impotenti in quest’isola sciagurata.». [26]
Dopo essere stato Regio delegato straordinario a Ravenna,[27] ottenne nel giugno 1877 l’agognata nomina a prefetto di Massa e Carrara, succedendo a Raffele Lanza collocato in aspettativa per motivi di salute.[28] Il periodico “Il Carrarese” commentò: «È il 14° Prefetto che dal maggio 1859 al luglio 1877 la città di Massa ha veduto succedersi alle redini della Provincia. La prefettura sembra quindi ‘una tappa’ e sinanco un attendamento di reggitori di questa provincia. Dove si va e dove si vuol giungere con siffatti sistemi?».[29] Quel grido di dolore fu bene ascoltato tanto che Agnetta rimase a Massa ben dodici anni.[30] Ministro dell’Interno nel primo governo Depretis era Giovanni Nicotera e Segretario generale Pietro Lacava (due ex-garibaldini come lui), ma come ho detto non dovette mancare nell’occasione una ‘buona parola’ di Crispi. Presto cominciarono i contrasti con l’ambiente locale. Il fascicolo personale ricorda innanzitutto quelli col Presidente del Tribunale del quale Agnetta riuscì ad ottenere il trasferimento (ricordo che allora gli uffici del Pubblico Ministero dipendevano dal Ministro di Grazia e Giustizia e per i magistrati addetti non vi era la garanzia della inamovibilità). «Del suo modo di ‘governare’ si raccontano episodi curiosi. Che togliesse il cappello di capo, con una manata, a chi non lo ossequiava con rispetto; che, aprendo il Consiglio Provinciale, lanciasse epiteti contro i consiglieri che lo riverivano ma che, nascostamente, tramavano per il suo allontanamento da Massa. Bersaglio di delazioni o lettere minatorie, non temeva di passeggiare anche di notte e raggiungere, senza scorta, l’abitazione in Castagnetola, percorrendo, talvolta a piedi, il non breve tratto di strada dal palazzo degli uffici. Temperamento focoso ed aggressivo, andatura atletica, la bianca barba fluente dell’antico liberale, incuteva rispetto anche a chi lo additava come ‘un inquieto aguzzino’. Portava sempre con sé la mazza, dentro la quale era celato uno stocco che, all’occorrenza, non esitava a sfoderare ed a volteggiare per aria.»[31]
In tutte le occasioni Agnetta si mostrò sempre assertore intransigente dell’autorità dello Stato contro gli oppositori ‘rossi’ e ‘neri’.[32] «Continuano le cospirazioni dei nemici dell’attuale governo e continuano del pari gli arresti delle persone sospette per parte della pubblica sicurezza; arresti susseguiti immediatamente dalle inevitabili scarcerazioni per parte della magistratura. Dai magistrati attuali – per questa provincia – dichiaro francamente poco o nulla devesi sperare».[33]
Ha scritto Renato Mori: «Si adoprò per impedire con ogni mezzo pubbliche manifestazioni religiose, ed impresse alla sua amministrazione un tono violentemente anticlericale giungendo perfino a rimproverare al governo italiano pericolose velleità conciliatoriste».[34]
Tra i lavoratori del marmo era forte la presenza di anarchici e internazionalisti. Un giorno Agnetta fece chiamare nel suo ufficio un personaggio che pare avesse proferito minacce nei suoi riguardi e gli disse con aria di sfida: «Qui siamo soli, petto a petto, ho mandato altrove tutto il personale», ma non s’arrivò alla scazzottata per rinunzia dell’altro. Il prefetto accusò un tal Raffaele Biglioli di oltraggio e aggressione. L’uomo era stato convocato in Prefettura e lì venne alle mani con Agnetta che lo riteneva tra gli ispiratori di un libello assai critico nei riguardi dell’autorità prefettizia. Per motivi di ordine pubblico il processo a Biglioli si svolse a Genova e il Tribunale assolse l’imputato esprimendo invece critiche nei confronti di Agnetta. Alla Camera l’on. Cavallotti accusò Agnetta d’avere compiuto lui un vero e proprio agguato ma Depretis, Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno, rispose così: «L’on. Cavallotti ha parlato di fatti che riguardano il prefetto di Massa, l’Agnetta. Ed anche in questo caso ha parlato come se egli fosse stato presente a quella scena! (interruzione di Cavallotti: “Ho letto la sentenza!”). Ha parlato di agguato! Ma si può credere bensì che il commendatore Agnetta non sia uomo interamente calmo, interamente senza difetti; ma accusarlo di un agguato! Non è della sua indole; molti degli onorevoli deputati lo conoscono e saranno in ciò d’accordo con me. Le parole che l’on. Cavallotti ha pronunziate, lo creda pure, sono troppo gravi, trattandosi di un funzionario che è un patriota e ha reso distinti servigi al paese. E il processo poi in che consiste? Consiste in un’accusa del prefetto contro un cittadino di Massa; ed il processo finì con l’assolutoria dell’imputato. È vero che nella sentenza è cenno di fatti che riguardano il prefetto; ma di questi fatti, alcuni furono argomento di procedimenti, e riuscirono all’assoluzione dell’imputato, gli altri sono affermazioni. Ma non sono stati accertati da una sentenza![35]
Ma l’accusa principale è questa: perché non avete allontanato il prefetto? Ma è facile il dire allontanate il tale, allontanate il tal altro: ma vi sono posizioni talmente difficili, che non torna facile trovare l’uomo adatto per mantenere il rispetto alle leggi. E una delle provincie più difficili, onorevole Cavallotti, è appunto quella di Massa. In fin dei conti, fu soltanto per quest’ultimo incidente che il prefetto di Massa ha perduta, dirò così, la benevolenza della popolazione massense, perché prima era molto ben visto, tanto che, se ben ricordo, fu dichiarato cittadino di Massa (“Una voce a sinistra”: di Carrara). Va bene, e non solo è stato dichiarato cittadino di Carrara, ma io ho qui una attestazione, un voto di aperta fiducia in lui, firmato forse da un migliaio delle persone più distinte della città di Carrara, e firmato dopo il fatto. E pertanto io credo che veramente in questa parte, l’onorevole Cavallotti, per servirmi della frase di un suo amico, ha passato il segno.»[36] La scelta del governo di mantenere per tanti anni Agnetta in quella sede difficile confermava la volontà di tutelare «un uomo energico, capace di tener fronte alle forze rivoluzionarie del luogo che si consideravano eccezionalmente pericolose e violente, ma c’era pure implicito il principio che per far fronte ad un pericolo rivoluzionario il rappresentante del governo potesse agire con una energia che una normale interpretazione delle leggi non poteva tollerare».[37]
L’on. Bonghi affermò: «Se nell’amministrazione pubblica vi fossero molti tipi come l’Agnetta, sarebbe un affare serio; ma se non ve ne fosse alcuno sarebbe un vero danno». L’affare serio derivava naturalmente dal carattere di Agnetta e dal suo rapportarsi con l’ambiente sociale dove andava ad operare. Una pasquinata toscana del 1887 fu assai meno generosa dell’on. Bonghi. Nel paese di Castelnuovo su una lapide che ricordava il duca estense Francesco IV apparvero questi versi velenosi: Con giudizio imparzial la Storia schietta, dirà te vinto in tirannia da Agnetta, che un governo bestiale e spudorato, mantiene col denaro dello Stato. [38]
Naturalmente, in dodici anni Agnetta fece anche altro che litigare con questo e quello. Ad esempio, «nel corso del 1884 la provincia, che egli amministrava, fu minacciata e poi invasa dal colera. L’Agnetta spiegò uno zelo straordinario accorrendo continuamente nei punti e nei luoghi più infetti. Le rappresentanze comunali e provinciali gli rivolsero un indirizzo di entusiastico plauso». [39] Nell’ottobre 1885 un’inondazione del fiume Frigido causò gravi danni a persone e cose, il prefetto «agì con l’abituale vigore, coordinando soccorsi, promovendo raccolte di fondi in varie località del Paese, partecipando con personale apporto di denaro».[40] Il Consiglio degli Archivi del Regno nell’adunanza del 21.12.1886 prese atto con soddisfazione che, dopo ripetuti inutili tentativi, finalmente «mercé la sollecitudine del prefetto Agnetta e il volenteroso aiuto della Provincia» le antiche carte dei Malaspina, Cybo e d’Este avevano trovato conveniente sistemazione nel palazzo ex-ducale. [41] Agnetta non mancò anche di sostenere un alleggerimento delle imposte fondiarie: «L’abuso eccessivo della sovrimposta di cui molti non si spaventano perché ne rimane colpita la classe più agiata, io lo ritengo invece esiziale. In un paese eminentemente agricolo come il nostro, ciò che grava smodatamente sui terreni, grava sulla principale ricchezza, e se direttamente ne sono colpiti i proprietari, ne è indirettamente e in più serie proporzione danneggiata la generalità, non tanto per il rincaro delle derrate e di ogni altro genere che ne è la conseguenza immediata, quanto perché codesti proprietari eccessivamente gravati sono posti nella condizione di negare il lavoro». [42]
Più volte Agnetta aveva manifestato al ministero il desiderio di cambiare sede, costretto anche a chiedere congedi per motivi di salute. Nelle note riservate è scritto sul suo conto: «Da qualche tempo addimostra una sovreccitazione d’animo, sia per le sue condizioni di salute, sia per le cure dell’ufficio e le noie che gli danno i suoi avversari» [43].
Carmelo Agnetta morì a Massa il 4 aprile 1889 assistito dalla moglie, la francese Emilia Sauvet vedova Thouvenel nella casa in frazione Castagnetola, a causa di un ennesimo attacco di asma bronchiale. I funerali furono a carico dello Stato e la tumulazione avvenne nel cimitero del Mirteto di Massa, dove Agnetta è immortalato in un busto marmoreo dello scultore Ambrogio Celi.[44]
Nel testamento Agnetta oltre alla consorte ricordò anche i nipoti figli del fratello Francesco che provvidero a conservarne i ricordi e le carte personali. I ‘Liberi Muratori della Valle del Frigido’ in un manifesto resero omaggio ‘all’illustre fratello 33’ che era stato massone «con affetto costanza ed intelligenza».[45]
Molti rimpiansero la generosità che lo portava a elargire denaro anche al di là delle sue possibilità, tanto da dovere poi egli stesso chiedere prestiti. Questo aspetto caratteriale è bene espresso da un famoso aneddoto. Il re Vittorio Emanuele gli aveva regalato un prezioso orologio e, tempo dopo, incontrando Agnetta gli chiese: «Come va l’orologio?». Si sentì rispondere: «Benissimo ma ha un grave difetto. Vi sono incise le cifre reali e quindi non posso impegnarlo».
Sul feretro fu detto che, come era stato rivoluzionario in politica, così fu nel servizio burocratico. Appare di grande equilibrio il giudizio dello storico Mario Rosi: «Non piacquero generalmente le sue maniere burbere e risolute, che mantenne in tutti gli uffici militari e civili, ma egli s’impose spesso ad elementi turbolenti col grande coraggio personale, che fu sempre apprezzato durante le insurrezioni e le guerre, e qualche volta riuscì utile pure nelle amministrazioni provinciali». [46]
1 M. Germani, Carmelo Agnetta garibaldino prefetto di Massa-Carrara, in «Le Apuane», maggio 1982, p. 58 nota 6.
2 E. Casanova, L’emigrazione siciliana dal 1849 al 1851, in «Rassegna storica del Risorgimento»”, XI (1924), pp. 779-873, XII (1925), pp. 1-48.
3 E. Librino, Una lettera del ministro di Ferdinando II a Parigi sulla emigrazione siciliana, in «La Sicilia nel Risorgimento italiano», a. III fasc. 2, luglio-dicembre 1933, p. 26.
4 M. Germani, Carmelo Agnetta cit., p. 70.
5 M. Mazziotti, La spedizione garibaldina dell’Utile, in «Nuova Antologia», 1° marzo 1928, pp. 32-41; Chi furono gli eroi della retroguardia dei Mille?, in «Gazzetta di Salerno», 7 agosto 1954.
6 Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI (Epistolario 1860), Roma, 1988, p. 1528.
7 Giulio Adamoli (Besozzo 1840 - Il Cairo 1926) amico di Benedetto Cairoli, fu con Garibaldi anche nel 1862, 1866 e 1867. Viaggiò in paesi lontani, fu Vice-presidente della Società Geografica Italiana, Deputato, Sottosegretario agli esteri nei governi Crispi, dal 1898 Senatore, per un ventennio Commissario della Cassa del debito pubblico egiziano.
8 Enrico Fardella (1821-1892), fratello di Vincenzo, partecipò alla rivoluzione siciliana del 1848, visse a lungo in esilio, negli Stati Uniti combatté nell’esercito dell’Unione, fu sindaco di Trapani. Su di lui v. la voce curata da Toni Iermano nel Dizionario biografico degli italiani, vol. 44, Roma 1994, pp. 773-775 e F. DE STEFANO, I Fardella di Torre
Arsa, in «Rassegna storica del Risorgimento», XXI (1934), pp. 921-984, 1221-1371.
9 G. Adamoli, Da San Martino a Mentana, in P. Ruffilli (a cura di), Antologia di scrittori garibaldini,Mondadori, Milano, 1996, pp. 109-111.
10 Sull’emigrazione in Egitto v. E. Michel, Esuli italiani in Egitto, Pisa, 1958.
11 F. Crispi, I Mille, Milano, 1911, p. 168.
12 Ivi, pp. 168-169.
13 Edizione nazione degli scritti cit., p. 1574.
14 G. Bandi, I Mille, Firenze, 1960, p. 212.
15 G. C. Abba, Da Quarto al Volturno, Bologna, 1891, p. 93.
16 G. Adamoli, Da San Martino a Mentana cit., p. 117.
17 Epistolario di Nino Bixio, a cura di Emilia Morelli, vol. II (1861-1865), Roma, 1942, pp. 42, 44, 47, vol. IV (1871-1873), Roma 1954, p. 455.
18 G. Castellini, Eroi garibaldini, parte I, Bologna, 1911, p. 103.
19 Mario Germani nell’articolo citato ritiene erroneamente che il riferimento sia a Crispi ministro dell’Interno: il politico siciliano nel 1861 non ricopriva alcun incarico nel governo Ricasoli.
20 G. C. Abba, Ricordi e meditazioni, Biella, 1911, p. 50.
21 M. Mazziotti, La spedizione garibaldina dell’Utile cit., p. 39.
22 A. Daltri, Parroci, prefetti e coscritti, in «Romagna arte e storia» , maggio-agosto 1989, n. 26, p. 51.
23 Resoconto della gestione del sottoprefetto sig. Agnetta cav. Carmelo nella qualità di reggente i servizi municipali di Alcamo durante la epidemia cholerosa del 1867, Palermo, 1867.
24 A. Colocci, Griscelli e le sue memorie, Roma, 1909, pp. 53-54.
25 E. Gustapane, I prefetti dell’unificazione amministrativa nelle biografie dell’archivio di Francesco Crispi, in «Rivista trimestrale di diritto pubblico», 1984 n. 4, p. 1077.
26 A. Provenzano – G. Cordeier- F. Rey, L’aria che cammina, in «Apulia», marzo 1997.
27 Resoconto del commendatore Carmelo Agnetta, Regio delegato straordinario pel Comune di Ravenna, Ravenna, 1877.
28 M. Missori, Governi, alte cariche dello Stato, alti magistrati e prefetti del Regno d’Italia, Roma, 1989, p. 514.
29 Citato da Mario Germani in Carmelo Agnetta, p. 64.
30 Non era comunque un record considerato che nell’Ottocento Benedetto Maramotti fu prefetto di Perugia per ben 21 anni.
31 M. Germani, Carmelo Agnetta cit., p. 56.
32 Sull’operato di Agnetta richiamo lo studio di Renato Mori, Lotta politica in Lunigiana
1859-1904, Firenze, 1958, che contiene molti interessanti particolari che qui non ripeto.
33 R. Mori, Lotta politica in Lunigiana cit., p. 152.
34 R. Mori, Lotta politica in Lunigiana cit., p. 136.
35 Gli episodi citati nella sentenza del Tribunale erano sconcertanti: spari di colpi d’arma da fuoco contro un colono, percosse ad un tale che s’era rifiutato di mostrare ad Agnetta l’abitazione della propria padrona, minacce con lo stocco ad un contadino che non s’era affrettato a cedere il passo, bastonate ad un tizio sorpreso a rubare pinoli e ad un altro che recava disturbo in teatro, ingiurie ad un consigliere comunale che non lo aveva salutato.
36 Discorsi parlamentari di Agostino Depretis, vol. 8, Roma, 1892, pp. 250-251 (seduta Camera dei Deputati del 16 maggio 1883).
37 R. Mori, Lotta politica in Lunigiana cit., pp. 145-146.
38 R. Mori, Lotta politica in Lunigiana cit., p. 159.
39 M. Mazziotti, La spedizione garibaldina dell’Utile cit., p. 41.
40 M. Germani, Carmelo Agnetta cit., p. 69.
41 wwwdb.archivi.beniculturali.it
42 Citazione in R. Mori, Lotta politica in Lunigiana cit, p. 141.
43 E. Gustapane, I prefetti dell’unificazione amministrativa cit., p. 1077.
44 M. Germani, Carmelo Agnetta, cit., pp. 55, 70.
45 M. Germani, Post scriptum su Carmelo Agnetta, prefetto di Massa Carrara, in «Le Apuane», maggio 1984, p. 112.
46 Dizionario del Risorgimento nazionale, vol. 2, Milano, 1930, p. 20. Notizie su Carmelo Agnetta si rinvengono anche nei seguenti testi, in aggiunta a quelli già citati: Documenti biografici di Carmelo Agnetta, Acireale, 1876; Dizionario biografico degli italiani, vol. 1, Roma, 1960, p. 445 (voce curata da Francesco Brancato); G. C. Abba, Vita di Nino Bixio, ed. a cura di Ernestina Pellegrini, Bergamo, 1990, pp. 17, 93; A. La Pegna, La rivoluzione siciliana del 1848 in alcune lettere inedite di Michele Amari, Napoli, 1937, pp. 407-409; Carteggio di Michele Amari, a cura Alessandro D’Ancona, vol. I, Torino, 1896, pp. 236, 500 e vol. III, Torino, 1907, p. 75; «Giornale d’Italia», 4 aprile 1943; «Giornale di Sicilia», 9 giugno 1938; «Studi garibaldini» 1965 n. 6; B. Gemignani, Un monumento centenario. Il lungo cammino dei mazziniani apuani, in www.webandcad.it; «Verbanus» n. 5 (1984), p. 337; M. Manfredi, Carrara dall’Unità al nuovo secolo: economia del marmo e aspirazioni libertarie, in «Rassegna storica toscana», gennaio-giugno 2003; G. Oddo, I Mille di Marsala, Milano, 1863; G. Guerzoni, La vita di Nino Bixio, Firenze, 1889, p. 464; L. Cattanei, Nino Bixio in Sicilia fra diario e lettere, in «Camicia rossa», novembre 1998-gennaio 1999, pp. 11-12; A. Comandini - A. Monti, L’Italia nei cento anni del secolo XIX, vol. 4° 1861-1870, Milano, 1918-1929, sotto la data del 3 ottobre 1864; «L’Illustrazione Italiana», 28 gennaio 1894, p. 3; E. Casanova, Il comitato centrale siciliano di Palermo, in «Rassegna storica del Risorgimento», XIII (1926), p. 57; P. Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra, Torino, 1954, pp. 628-629; G. Carocci, Agostino Depretis e la politica interna italiana dal 1876 al 1887, Torino, 1956,
pp. 526, 529.
Fonte: Rassegna storica toscana, marzo 2009.



