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Tito De Amicis (1836-1890) - Il destino di avere per fratello uno scrittore famoso

Era nato a Savona il 1° settembre 1836 da Francesco, di famiglia genovese, “banchiere regio dei Sali e Tabacchi” (fornitore cioè di generi di monopolio ai venditori al dettaglio) e da Teresa Busseti. Tito era il terzogenito, primo dei maschi dopo Sofia ed Erminia. Dopo di lui nacquero, a Oneglia, Ettore, Alberto e, infine, Edmondo. Nel 1848 la famiglia si trasferì a Cuneo [1].
Francesco De Amicis ricopriva un ruolo sociale significativo e poteva considerarsi benestante. Secondo gli usi del tempo, pensò di sistemare le due figlie con un buon matrimonio [2], mentre avviò Tito agli studi universitari conclusi nel 1859 con la laurea in Giurisprudenza. Quel titolo consentiva di aspirare all’avvocatura, alla magistratura e, allora molto ambita, alla carriera superiore amministrativa, in particolare nel ministero dell’Interno e nei suoi uffici periferici, vero “motore dello Stato”.

Per poter entrare in amministrazione [Tito] ebbe bisogno di una forte raccomandazione da parte di suo padre Francesco, il quale – in servizio da 48 anni nell’amministrazione piemontese – si rivolse con toni servili al Ministero, affermando che avrebbe avuto piacere di vedere suo figlio maggiore assunto nell’amministrazione provinciale di Cuneo [3]: L’età ed il servizio del padre, forse non comuni ad altri che possano implorare simile favore, danno speranza al ricorrente ch’egli potrà aggiungere nuovo motivo di riconoscenza verso la superiorità [4]. L’istanza fu accolta e Tito iniziò il servizio a Cuneo come “volontario”: ciò significava prestare lavoro non retribuito, acquisire esperienza, mettere in mostra le capacità e sperare, dopo più o meno tempo, di entrare in ruolo ed essere pagato.
Anche Edmondo avrebbe dovuto iscriversi all’Università ma quando il capofamiglia, colpito da grave malattia, fu costretto a lasciare il lavoro, si decise che il giovane «scegliesse la strada del servizio regolare e del regolare stipendio » [5] e cioè la carriera militare. Nei tanti scritti di Edmondo, anche in quelli di ricordi, Tito – maggiore di dieci anni – è citato poche volte.

Una mattina di domenica, in casa, avendomi un mio fratello messo sotto gli occhi un libro di lettura per vedere a che punto fossi, rimase meravigliato che io leggessi già quasi corrente, e ne diede la notizia a mio padre e a mia madre, i quali se ne rallegrarono come di cosa inaspettata. Mi rallegrai anch’io di quel riconoscimento ufficiale della mia uscita dalla classe illetterata […] Mio fratello maggiore mi mise sotto gli occhi le Poesie del Giusti – un’edizione di Capolago, che aveva in capo una prefazione del Correnti e in coda un dizionarietto di modi toscani e mi disse: – Leggi questo, se vuoi imparare la lingua [6]. Dopo Cuneo, le prime destinazioni di Tito furono nelle prefetture del centro e sud Italia, anche con incarico di regio delegato in Comuni sciolti a causa di crisi amministrative.

«Per le minori province meridionali si osserva la tendenza a fronteggiare la situazione soprattutto col personale burocratico tratto dalle antiche province sarde, uomini di non grandi capacità, ma politicamente fidati» [7]. Nel 1863 rientrò in Piemonte in posizione di comando presso il ministero dell’Interno a Torino. Ricevette un encomio per come aveva disimpegnato l’incarico di regio delegato a Macerata e fu apprezzato per la disponibilità a prestare servizio a Napoli in occasione di un’epidemia di colera. Nell’udienza reale del 20 ottobre 1866 Tito De Amicis fu nominato, a soli trent’anni, consigliere delegato a Siracusa (in sostanza era il vicario del prefetto). Dal dicembre successivo, dopo la partenza del titolare, resse la prefettura aretusea per alcuni mesi sino all’arrivo del nuovo prefetto Homodei.

All’indomani dell’unificazione, per gran parte della classe politica nazionale il Mezzogiorno era ancora un’incognita, un punto interrogativo. Interessante è la lettera del 17 gennaio 1867 indirizzata da Tito De Amicis a Celestino Bianchi [8], allora Segretario generale del ministero dell’Interno: Quando ebbi l’onore di prender commiato dalla S.Ill.ma, Ella si compiacque raccomandarmi di scriverle da Siracusa e di darle conto della provincia, dicendomi: «La Sicilia è l’ignoto, abbiamo bisogno di conoscerla» […] Sarò breve e franco, forse troppo: quando la verità può essere utile io sono uso a dirla a qualunque costo. La provincia di Siracusa è la migliore e la più governabile di tutte. Difficoltà serie non ce n’ha di nessun genere. Basti il dire che le tasse, quantunque accresciute e nuove, si pagano più facilmente, o meglio si riscuotono più facilmente adesso che sotto il regime borbonico. Non saprei se nelle altre provincie meridionali si possa dire altrettanto. La crisi durissima che ora subisce la provincia è una prova luminosa dell’indole mite degli abitanti. Il pane è carissimo, manca assolutamente il lavoro, i braccianti, gli operai, gli artieri hanno fame […].

La quiete della popolazione si avvicina molto all’inerzia, la loro governabilità accenna all’indifferentismo. Qui si sta in piedi, ma nulla più, poiché non si cammina davvero […]. Agli eccitamenti dell’autorità scolastica e politica i Municipi rispondono sopprimendo scuole e maestri. Le donne soprattutto non debbono saper coniugare altro verbo che l’amore: la loro missione è far figli e rattoppare i cenci. Io credo di avere coraggio e fede nell’avvenire, ma v’hanno delle giornate in cui mi sento mancare la terra, tanto lontana mi appare la meta. Mi pare che facciamo dei buchi nell’acqua [9]. In quel periodo il colera devastò anche la Sicilia e il fratello Edmondo, ufficiale nel R. Esercito, descrisse in pagine famose l’opera dei soldati in soccorso delle popolazioni e a tutela dell’ordine pubblico: Per colmo di sventura si propagava ogni dì di più e metteva radici profonde nel popolo l’antica superstizione che il colera fosse effetto di veleni sparsi per ordine del governo, che il volgo di gran parte dei paesi del Mezzogiorno, per uso contratto sotto l’oppressione del governo cessato, tiene in conto d’un nemico continuamente e nascostamente inteso a fargli danno per necessità di sua conservazione.

Gli ospedali, le disinfezioni, le visite dei pubblici officiali, tutto era oggetto di diffidenza, di paura, di aborrimento. I poveri non si risolvevano a lasciarsi trasportare negli spedali che nei momenti supremi, quando ogni cura riusciva inefficace. Morivano la più parte, e per ciò appunto si credeva più fermamente dal volgo che le medicine fossero veleni e i medici assassini. Preferivano morire abbandonati, senza soccorsi, senza conforti. Occultavano i cadaveri per non esser posti in isolamento, o perché ripugnavano dal vederli seppelliti nei campisanti, invece che nelle chiese, come è uso di molti di quei paesi; o per la stolta opinione che sovente gli attaccati dal colera paiano, ma non siano morti davvero, e rinvengano dopo qualche tempo. Si poneva ogni cura a deludere le ricerche delle Autorità. Intere famiglie, accusate di veneficio, venivano improvvisamente aggredite di notte da turbe di popolani, e vecchi, donne, bambini cadevano sgozzati gli uni ai piedi degli altri senza avere tempo di scolparsi o di supplicare; e si ardevano le case e si disperdevano le rovine. Nelle città cessata ogni frequenza di popolo, deserto ogni luogo di ritrovo pubblico, spento in ogni parte lo strepito allegro della vita operaia, le strade quasi deserte, le porte e le finestre in lunghissimi tratti sbarrate, l’aria impregnata dal puzzo nauseabondo delle materie disinfettanti di cui le strade erano sparse. Il generale terrore veniva accresciuto dal ricordo delle grandi sventure patite negli anni andati; se ne predicevano, come sempre accade, delle peggiori; in ciascuna provincia si esageravano favolosamente le stragi delle altre; in campagna si narravano orrori della moria delle città, in città altrettanto della campagna [10].

Tito De Amicis, lasciata la Sicilia, prestò servizio dal luglio 1867 al luglio 1868 in un’altra zona “calda”, il circondario di Sora al confine dello Stato pontificio e, come sottoprefetto, visse in prima persona gli eventi della spedizione garibaldina nel Lazio finita nella sconfitta di Mentana [11]. Già allora cominciò ad essere afflitto da disturbi nervosi, tanto da essere collocato in aspettativa per motivi di salute [12]. In seguito andò a Messina come consigliere delegato, da lì tornò al ministero per svolgere funzioni di capo sezione nella divisione pubblica sicurezza, ispettore centrale, capo divisione del personale delle carceri [13]. [Alla fine del 1875] l’ultimo ministero di Destra volendo riordinare i servizi di pubblica sicurezza aveva affidato l’incarico di apparecchiare un disegno di legge ad una Commissione della quale fu relatore il compianto Tito De Amicis, uno dei più intelligenti e più dotti impiegati dello Stato. I vecchi impiegati del Ministero lo chiamavano poeta; era invece l’uomo più pratico e positivo che io abbia mai conosciuto. La Commissione in brevissimo tempo compì i suoi studi, ed aveva già preparato il disegno di legge, quando la crisi ministeriale del 18 marzo (1876) lo travolse nella sua ruina [14].

Salita al potere la Sinistra storica con ministro dell’Interno Giovanni Nicotera [15], Tito De Amicis tornò nell’amministrazione provinciale come consigliere delegato a Cagliari, Firenze, Torino. Erano sicuramente incarichi importanti ma Tito, funzionario di carriera e non “politico”, dovette attendere ancora per l’agognata promozione a prefetto. Nel gennaio 1884 fu incaricato di reggere la prefettura di Ascoli Piceno in sede vacante: quando arrivò nel capoluogo fu accolto da bande musicali in piazza del Popolo illuminata a festa [16]. A maggio di quell’anno arrivò finalmente la promozione. Nelle note ministeriali riservate si legge sul suo conto: Vi sono soddisfacentissime informazioni che attestano della sua capacità ed intelligenza, come ne fanno anche prova le molte missioni avute e le funzioni disimpegnate presso il Ministero. Vi ha un solo appunto sul modo come disimpegnò nel 1870 un’inchiesta sul servizio e sul personale della Sotto-prefettura di Patti [17]. Ha l’apparenza vecchia, quantunque sia soltanto sui cinquant’anni. Soffre di tanto in tanto di qualche malanno. Può stare a capo di qualunque Prefettura di 3° e 2° ordine [18].

Nel dicembre 1884 fu traslocato in Romagna, a Forlì e vi rimase cinque anni, un tempo insolitamente lungo. Lo scaraventarono a Forlì, che era considerato allora un posto “a rischio” a causa dei pellirosse repubblicani e internazionalisti che infestavano i sobborghi e le campagne [19]. Tito era uno che le cose voleva capirle. E non impiegò molto tempo a scoprire che i pellirosse non erano poi così veri, ma che si tingevano la pelle come gli attori dei film western per sembrare cattivi e impaurire gli spettatori. In un rapporto al ministro dell’Interno scrisse, una volta, che questa gente non intendeva far la rivoluzione sul serio, ma solo condurre i propri affari “all’ombra della monarchia” e organizzare il consenso e la società locale in un modo del tutto peculiare, fatto di riti, di simboli e di associazioni. De Amicis sapeva che le cameracce rappresentavano i capillari di questo sistema circolatorio: posti pieni di fumo, dove si beveva, si giocava a carte e si mangiava qualcosa osservati dai ritratti enormi e sporchi di Mazzini, Garibaldi, Saffi. Non li temeva. Provava simpatia, anzi, per quegli artigiani e quei capomastri dallo sguardo torvo, dai cappelli larghi, sempre col mezzo toscano in bocca, che ti si presentavano in maniche di camicia col gilet bisunto sul quale spiccava, come una decorazione, la catena dell’orologio.

De Amicis capiva che la politica, in Romagna, era una cosa più popolare che in Piemonte. Non che l’istruzione, qui, funzionasse meglio che altrove. I giornali di partito erano letti da pochi, e ancor meno le opere dei grandi, magari esibite su qualche polveroso scaffale, insieme con la bandiera rossa issata su un’asta nera col puntale di legno intagliato e dipinto (il berretto frigio, la torcia di Prometeo e della giustizia sociale, o altro). No. La politica passava come un fluido possente di passioni e di sentimenti, si faceva carne e sangue, univa e divideva le famiglie e i clan, era uno strumento per sentirsi immersi nella comunità. Anche se le espressioni verbali, per forza di cose, restavano sopra le righe e sembravano sideralmente distanti dai discorsi-fiume dei deputati dal colletto inamidato, il coté plebeo del sistema liberale non appariva, ai suoi occhi, così pericoloso. In fondo, i notabili che guidavano le masse erano abbastanza simili, quanto a formazione e ad ambizioni, agli altri notabili italiani. Erano avvocati vanitosi, o imprenditori desiderosi di pace sociale, professionisti o insegnanti sedotti dal verbo umanitario del Risorgimento. No, non c’era decisamente da temere [20].

Un accenno a vicende private. Non si può dire che tra i fratelli De Amicis vi fosse perfetta armonia. Lo deduciamo dai carteggi privati, in particolare dalle confidenze che la madre Teresa Busseti faceva ad Emilia Toscanelli Peruzzi [21]. Ella si lagnava di Tito che da lontano le scriveva ma in casa non la degnava di un’occhiata, a differenza di Edmondo che la coccolava ma le scriveva poco. Dei figli maschi il migliore era Ettore [22] che aveva un carattere buono e condiscendente mentre Edmondo aveva bisogno di essere sempre non solo lodato ma adulato [23]. Col fratello Tito lo scrittore spesso “questionava” ma non diceva parola della sua particolare situazione coniugale, mentre teneva diverso atteggiamento con Ettore [24]. Sicuramente su questo apparente distacco poté influire il continuo spostarsi di Tito da una regione all’altra, secondo le ferree regole di quel tempo che tanto assillavano i funzionari pubblici. Tito aveva scelto per sé vita da scapolo con tutte le conseguenze che potevano derivarne ma più che le sue vicende personali o il matrimonio fallito della sorella Erminia furono, come sappiamo, i rapporti coniugali di Edmondo ad assumere i caratteri del vero dramma [25].

I cinque anni trascorsi a Forlì furono importanti e dimostrarono che non gli mancavano le qualità di “reggitore” della provincia, ma è doveroso ricordare il ritratto impietoso che di lui ha lasciato Amedeo Nasalli Rocca [26]: Forlì, nota per le lotte settarie che l’avevano fino a pochi anni prima insanguinata con orrendi delitti [27], non era allora considerata come una residenza piacevole; ma andandovi io con mansioni molto subalterne e senza particolari responsabilità, non avevo da preoccuparmi delle gravi turbolenze che affliggevano quella bella e generosa regione di Romagna. Era assai deplorevole però che non se ne preoccupasse nemmeno il prefetto comm. De Amicis. Era costui un singolare uomo. Per avere troppo amato il bel sesso, giunto al limite della vecchiaia stremato di forze fisiche e morali, era afflitto da una malattia nervosa molto somigliante alla pazzia. Forse per essere fratello del notissimo scrittore, aveva una mania morbosa per le forme letterarie; pareva che il capo della Provincia altro non avesse da pensare o da fare che vigilare sul bello stile della corrispondenza d’ufficio. La popolazione poteva vivere o morire a suo modo; i partiti politici infierire l’uno contro l’altro e accanirsi a loro talento contro le istituzioni, i Comuni andare a precipizio se volevano; a lui bastava che nelle nostre lettere le espressioni fossero appropriate, le virgole fossero a posto e che si desse dell’illustrissimo a chi ne aveva, secondo lui, il diritto, e non a chi tale qualifica non spettasse. Guai se ci coglieva in fallo: erano urli e fiere rampogne: con gli occhi fuori delle orbite preannunciava ai colpevoli i più gravi castighi e il più sinistro avvenire, mentre correggeva di suo pugno le inesattezze del nostro linguaggio. Alle sette del mattino arrivava negli uffici e tartassava i disgraziati uscieri fino alle nove; poi si poneva in agguato per controllare la puntualità dei funzionari e reprimeva vigorosamente ogni minimo ritardo. Tutto il tempo gridava contro questo o contro quello fino all’ora della firma che costituiva per lui l’unico lavoro della giornata. Aveva un solo amico, il consigliere delegato, meticoloso e pedante quanto lui nella letteratura burocratica. Ad entrambi il merito di un affare scompariva dinanzi all’importanza della forma; il consigliere, nei casi dubbi, faceva due lettere, una in un senso ed una in senso contrario: “questa o quella per me pari sono”. E il prefetto sceglieva, forse, quella che gli pareva più corretta e più bella. Un giorno, il consigliere radunò tutti gli impiegati per annunciare con voce tragica una cosa terribile: il Prefetto era talmente malcontento di noi che aveva deciso di non vederci mai più e di non occuparsi più di noi né del nostro lavoro! Di fatti per tre mesi egli non si mostrò mai nei nostri uffici né ci chiamò: riceveva il pubblico, faceva diventar matti il consigliere delegato, il segretario di gabinetto ed i poveri uscieri, mentre noi facevamo una vita di paradiso. Quando, alla fine, egli si decise a tornare alle antiche abitudini me ne stancai e chiesi ed ottenni di essere richiamato a Roma. Il mio commiato dal comm. De Amicis fu commovente. La sera della partenza gli recai le ultime minute della giornata: Signor commendatore – gli dissi – parto fra due ore; se ha comandi per Roma…“Caron dimonio con occhi di bragia” mi guardò e non rispose. Quando ebbe finito di perfezionare i tagli delle t, e di rettificare la posizione dei punti sugli i, diede un balzo: – Manca una virgola! esclamò. Rimasi allibito. – Un’altra virgola! – gridò nuovamente. – Ma che cosa pensa? Quando imparerà a scrivere? Silenzio. Il prefetto pose di suo pugno le due virgole, firmò con rabbia e respinse da sé le carte; poi guardandomi bieco aggiunse, cupo e severo: – Badi a queste cose…– Non dissi altro e me ne andai [28].

Nella situazione politica forlivese De Amicis si sforzò di incoraggiare l’organizzazione liberale-monarchica per contrastare repubblicani e internazionalisti, ma pochi erano gli uomini d’ordine di valore disposti a impegnarsi cosicché gli avversari, più attivi e operosi, guadagnavano terreno e talvolta dominavano le amministrazioni [29]. In generale, il prefetto mostrava un sottofondo di scetticismo e disincanto ma i suoi giudizi non erano da tutti condivisi. Senza distinzione di partito generalmente si dice che il governo trascura la provincia o, per ripetere la frase, trascura la Romagna: e questa pur troppo è una convinzione comune ai più. Noi, si sente dire spesso, paghiamo le tasse fino all’ultimo centesimo e senza difficoltà, noi soddisfaciamo esattamente e volontariamente agli obblighi militari, poiché diamo all’esercito tutto il contingente dovuto e in tempo di guerra un numero di volontari anche maggiore delle altre provincie, le condizioni della sicurezza pubblica sono migliori che nella maggior parte delle altre provincie; ciò malgrado siamo trascurati e lo siamo a causa delle nostre opinioni politiche […]. A chi non conosca il paese non sarebbe facile di dire cosa voglia il partito repubblicano, poiché si ingannerebbe di molto se credesse che voglia la repubblica. Nessun timore, a mio avviso, fu mai meno giustificato di quello dei moti rivoluzionari che pel passato ebbe spesso il governo, poiché in nessuna provincia sono da temersi meno che in questa. I repubblicani vogliono fare i loro interessi all’ombra della monarchia, prevalere nelle elezioni politiche e amministrative, nelle elezioni comunali e delle opere pie, negli istituti popolari di credito e dovunque si possa esercitare una proficua influenza [30].

L’esponente politico locale di maggior peso era Alessandro Fortis, di formazione repubblicana ma gradualmente avvicinatosi alla monarchia tanto da diventare nel Novecento presidente del Consiglio. «L’accordo con Depretis gli garantiva una pacifica non belligeranza con il prefetto Tito De Amicis, che si sarebbe rivelato oltremodo gradito» [31]. Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre 1888 il re si recò in Romagna, per volontà del capo del governo Crispi e dello stesso Fortis [32]. All’epoca corsero voci di un progetto di attentato ma nulla di negativo accadde. Le autorità s’erano comunque cautelate per quella visita reale (la prima dopo l’Unità), facendo svolgere in contemporanea grandi manovre militari con afflusso di migliaia di soldati nella regione. Ovunque ci furono per Umberto I «fiori, applausi, strette di mano agli operai, ai braccianti, ai pescatori» [33]. A Rimini tra le autorità che resero omaggio al sovrano c’era il deputato radicale Luigi Ferrari che, per questo, fu contestato dai repubblicani più intransigenti [34].

L’esito positivo della visita portò prestigio al prefetto ma presto l’aggravarsi dello stato di salute lo costrinse a lasciare il servizio: con regio decreto del 22 dicembre 1889, il comm. Tito De Amicis prefetto di 3ª classe fu collocato in aspettativa per motivi di salute, a domanda. Andò a vivere a Torino in casa della madre, ma dopo poche settimane morì. Era il 30 gennaio 1890 ed aveva solo 54 anni. Il periodico di Cesena, «Il Cittadino», scrisse il 2 febbraio: Quando, nel passato numero, auguravamo al prefetto della nostra provincia, comm. De Amicis, messo in disponibilità per motivi di salute, di ritemprarsi nella quiete e nel riposo, non avremmo certo pensato di dover così presto registrare la triste notizia della sua fine. Il comm. De Amicis, nei vari anni che resse la provincia forlivese, dette prova di singolare capacità amministrativa e di grande gentilezza di modi, e la sua morte sarà rimpianta da quanti poterono apprezzarne le egregie doti di mente e d’animo. «L’Illustrazione Italiana» parlò di «perdita grave per la pubblica amministrazione di cui egli era uno dei più distinti funzionari» [35].

Il quotidiano «Gazzetta Piemontese» pubblicò la lettera di Urbano [Urbanino] Rattazzi, ministro della Real Casa, indirizzata a Edmondo De Amicis: La notizia della morte del comm. Tito De Amicis, amatissimo di lei fratello, fu intesa da S.M. il re col più sincero rammarico. Il nostro Augusto sovrano ricordava spesso i distinti meriti di quell’egregio e distinto funzionario, del quale aveva potuto specialmente conoscere la devozione e l’affetto durante il soggiorno fatto da S.M. in Forlì al tempo delle grandi manovre in Romagna. Vuole quindi S.M. che io significhi a V.S., alla onoranda di lei madre e a tutta la loro famiglia, la viva parte che prende alla loro disgrazia della quale S.M. comprende, tanto più in questi momenti, tutta la dolorosa gravità. L’onorevole Fortis nel telegramma di condoglianze scrisse che lo legavano a Tito De Amicis sentimenti di profonda amicizia, il sindaco di Forlì parlò di «gentilezza dei modi, coll’ispirarsi a giustizia in ogni suo atto», il presidente della Deputazione provinciale ricordò dell’estinto «le egregie doti della mente e del cuore» [36].

 

(Articolo pubblicato in "Studi Piemontesi", n.1/2012)


1 W. CESANA, Edmondo De Amicis negli anni cuneesi 1848-1862, Cuneo, 2008.
2 Sofia De Amicis, coniugata Vandero in prime nozze, rimasta vedova si maritò con un militare di alto grado, Agostino Ricci che fu deputato e senatore. Fu proprio Ricci a segnalare Edmondo De Amicis al periodico «L’Italia Militare». Anche l’altra sorella Erminia sposò un ufficiale ma il matrimonio non ebbe esito felice.
3 Allora, il ruolo degli uffici periferici del ministero dell’Interno era distinto da quello degli uffici centrali. Pertanto, la dizione “amministrazione provinciale” è sinonimo di prefetture e sottoprefetture.
4 N. RANDERAAD, Gli alti funzionari del ministero dell’Interno durante il periodo 1870-1899, in «Rivista trimestrale di diritto pubblico», XXXIX, 1(1989), p. 216. L’istanza di Francesco De Amicis era datata 13 agosto 1860.
5 L. GIGLI, Edmondo De Amicis, Torino, 1962, p. 24. Nell’autunno 1862 Edmondo lasciò Cuneo per entrare nel collegio Candellero di Torino, propedeutico all’Accademia militare di Modena.
6 E. DE AMICIS, Ricordi d’infanzia e di scuola, Milano, 1908, pp. 21 e 149.
7 E. RAGIONIERI, Politica e amministrazione nella storia d’Italia, Bari, 1967, p. 110.
8 D. D’URSO, I Segretari generali del ministero dell’Interno, Alessandria, 1997, pp. 69-73.
9 G. SCICOLONE, Documenti sulle condizioni della Sicilia dal 1860 al 1870, Roma, 1952, pp. 207-208.
10 E. DE AMICIS, L’Esercito Italiano durante il colera del 1867, ripubblicato in Pagine militari, Roma, 1988, pp. 95-98.
11 M. FERRI, Garibaldini in Ciociaria, Frosinone, 1988, p. 83.
12 S. MARTUSCELLI, Politica e amministrazione in Terra di Lavoro nell’età della Destra: il sistema prefettizio, in «Archivio storico per le provincie napoletane », XCIX (1981), p. 329.
13 Allora le carceri dipendevano dal ministero dell’Interno.
14 G. CODRONCHI ARGELI, Sul riordinamento della pubblica sicurezza in Italia, in «Nuova antologia», 16 settembre 1895, fasc. 570.
15 Per il clima del tempo v. D. D’URSO, Vittorio Zoppi prefetto a Torino, in «Studi Piemontesi», XXXI, 1 (2002), pp. 133-149.
16 A. STIPA, La polemica politica ascolana dall’Unità d’Italia alla Grande Guerra, Ascoli Piceno, 2004, p. 127.
17 E. GUSTAPANE, I prefetti dell’unificazione amministrativa nelle biografie dell’archivio di Francesco Crispi, in «Rivista trimestrale di diritto pubblico», XXXIV, 4 (1984), p. 1090.
18 S. MARTUSCELLI, op. cit., p. 350.
19 Storia di Forlì, voll. 4, Bologna, 1990-1992; E. CARUSO, Forlì. Città e cittadini tra Ottocento e Novecento, voll. 3, Ravenna 1990-1992.
20 R. BALZANI, Pagine di un diario sentimentale contemporaneo, in Dal grande fiume al mare. Trenta scrittori raccontano l’Emilia-Romagna, a cura di Angela Donati, Bologna, 2003, pp. 293-294.
21 L. TAMBURINI, Confidenze tra signore: lettere inedite di Teresa Busseti a Emilia Peruzzi, in «Studi Piemontesi», XXI, 2 (1992), pp. 485-512.
22 Ivi, p. 487. Alberto era morto bambino.
23 Ivi, p. 486.
24 Ivi, p. 498.
25 L. TAMBURINI, Teresa e Edmondo De Amicis, dramma in un interno, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1990.
26 Amedeo Nasalli Rocca, di aristocratica famiglia piacentina, fece una brillante carriera nel ministero dell’Interno e ricoprì funzioni di prefetto in sedi importanti.
27 Anche nel resto d’Italia era vasta l’eco di truci vicende in cui si mescolavano delinquenza politica e delinquenza comune e forse non a caso in Cuore (1886) il drammatico racconto del mese Sangue romagnolo è ambientato proprio nei luoghi dove prestava la sua opera il fratello dello scrittore.
28 A. NASALLI ROCCA, Memorie di un prefetto, a cura di Carlo Trionfi, Roma, 1946, pp. 11-13. Abbiamo visto che negli ambienti ministeriali Tito De Amicis era definito “poeta” ma di lui restano solo pubblicazioni legate al servizio, tra cui Notizie sui bilanci dei comuni della provincia di Forlì per l’anno 1885 esposte dal prefetto alla deputazione Provinciale nella seduta del 9 novembre 1885 (Forlì, 1885).
29 P. VARVARO, L’orizzonte del Risorgimento, Napoli, 2002, pp. 274-275.
30 Relazione di De Amicis a Roma in data 20 ottobre 1887, citata in R. BALZANI, La Romagna, Bologna, 2001, pp. 84-85.
31 A. MALFITANO, Il deputato della Vandea rossa. Alessandro Fortis, il trasformismo e la Romagna repubblicana, Verucchio, 2000, p.102; Dizionario biografico degli italiani, 49, Roma, 1997, pp. 210-215, voce a cura di Giuseppe Monsagrati.
32 D. PIERI, Grandi manovre. La visita di Umberto I nella Romagna repubblicana, Imola, 1994; A. SGUBBI LENZONI, Il re in Romagna. Le polemiche e la verità, Bologna, 1888.
33 U. ALFASSIO-GRIMALDI, Il re “buono”, Milano 1980 (1ª ed. 1970), p. 247.
34 Telegrafò il prefetto De Amicis a Crispi: «Rimini circa 60 persone appartenenti partito repubblicano recaronsi sotto finestre deputato Ferrari fischiandolo, chiamandolo pagnottista vigliacco perché aveva preso parte ricevimento S.M. Aggiunsero non lo avrebbero rieletto deputato. Onorevole Ferrari affacciatosi balcone disse non dover render conto sua vita politica, aver sacrificato sostanza vita onestamente guadagnata per causa nazionale, aver eseguito atto doverosa cortesia e ospitalità, rimaner sempre coerente suoi principi, non mendicar voti da alcuno. Dimostranti fatti nuovi fischi si sciolsero», citaz. in F. SMIDILE, Il radicalismo difficile di Luigi Ferrari, in «Rassegna storica del Risorgimento», LXXXV, 3 (1998), p. 369.
35 «L’Illustrazione Italiana», 9 febbraio 1890.
36 «Gazzetta Piemontese», 1-2 febbraio 1890.

14 gennaio 2013