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Lo Stato Liberale ha bisogno di Religioni? Se sì, di quali Religioni?

Giuliano AmatoIl titolo di questo articolo riprende in parte quello di un dibattito, alla presenza di Ernst Wolfgang Bockenforde, filosofo del diritto considerato vicino a Papa Benedetto XVI, organizzato da Reset (rivista specialistica che si dedica all’approfondimento delle questioni filosofiche, sociali e politiche in materia di dialogo interreligioso ed interculturale) e successivamente sviluppato in sede di presentazione di un libro di recente uscita, dal titolo “Chi ha paura di Tariq Ramadan? – l’Europa di fronte al riformismo islamico” di Nina zu Furstenberg, edito da Marsilio.
Accostare un tema ampio, come il rapporto fra Stato e Religioni, alla circoscritta, seppur attualissima, questione del “riformismo islamico” potrebbe apparire una mera giustapposizione data dalla vicinanza temporale di due interessanti eventi culturali, tuttavia credo sia utile esporre le considerazioni più interessanti emerse nel corso dei citati appuntamenti, alla luce dell’unico filo conduttore costituito dal concreto atteggiarsi della libertà religiosa nei moderni sistemi democratici e liberali.
Premetto che le questioni sono di interesse non solo per coloro che amano discettare di filosofia del diritto o di scienza delle religioni.
La partecipazione attiva, in entrambe le occasioni, dell’On. Ministro Amato dimostra come, accanto a specialisti e media (il 17 Ottobre un importante quotidiano nazionale -Repubblica- ha dedicato ampio spazio proprio a queste tematiche nella sua pagina culturale, anche con un polemico articolo del Prof. Zagrebelsky), la politica in generale e l’esecutivo in particolare, rivolgono crescente attenzione al campo del rapporto fra Stato e Confessioni Religiose e fra queste ultime a quelle fedi che, per ragioni storiche, sociali e culturali risultano distanti e “aliene” rispetto al contesto tradizionale di riferimento.
Se è possibile individuare un tratto caratteristico nella “gestione Amato” del Dicastero dell’Interno, esso va rinvenuto nel risalto dato alle problematiche connesse agli incessanti flussi migratori ed alle delicate questioni d’integrazione rilevate a fronte delle comunità musulmane in Italia (si pensi all’intenso lavoro sfociato nell’adozione della Carta dei Valori, della Cittadinanza e dell’Integrazione). Problemi, quelli appena citati, che hanno acceso la passione del politico ma anche il vivo interesse del professore e studioso del settore, impegnando tanto l’approccio pragmatico di chi è chiamato a risolvere problemi, quotidiani e concretissimi, quanto ragionamenti di più ampio respiro in merito alla generale opportunità per lo Stato contemporaneo di considerare il cittadino anche come fedele, non trattando la religione come un ingombrante fardello da espungere dallo spazio pubblico.

Non mancano esempi di realtà statali che rispondono in senso negativo all’interrogativo di apertura: basti citare la Francia, la quale viene pacificamente ascritta fra le democrazie “laiciste”, connotate per la tendenza a ritenere la religione un fatto eminentemente privato. Non possono celarsi le conseguenze scaturenti da un simile approccio; infatti, la maggioranza delle religioni, oltre all’essenziale rapporto fra singolo e trascendente, valorizza il dato della comunità di fede (la Chiesa per i cattolici, il Popolo di Dio per i cristiani protestanti, la Umma per i musulmani etc). I fedeli tendono a occupare parte dello spazio pubblico non tanto e non solo come cittadini e individui, ma anche come membri di una collettività connotata dalla comunanza religiosa e potrebbero non più riconoscersi o identificarsi in una Patria che decida di ignorare o comprimere gli spazi che, invece, chiede un pieno riconoscimento della libertà religiosa.
I dibattiti in atto in Italia restituiscono un quadro ben diverso della nostra realtà nazionale.
Ma facciamo un passo indietro e ricordiamo in cosa consiste il dilemma di Bockenforde: lo studioso tedesco, già alla fine degli anni sessanta, aveva proposto in modo sintetico il nodo esistenziale della democrazia liberale, la quale da una parte contraddice i suoi principi se non garantisce libertà anche a chi la vuole distruggere, dall’altra non può consentire che la distruzione giunga a compimento.
Semplificando, si tratta di vedere quale è il punto oltre cui la libertà, dato qualificante dei regimi sviluppatisi nel mondo occidentale, possa “tollerare” costruzioni teoriche che la contraddicano (ovviamente provenienti anche da peculiari religioni o interpretazioni di esse).
L’ampia discussione seguita alla proposizione del “dilemma” ha visto due momenti qualificanti nelle relazioni del filosofo tedesco e del Ministro Amato. Il primo ha fermamente sostenuto che la Legge rimane il baricentro e la chiave di risoluzione del dilemma, ed è il più importante elemento di composizione dei conflitti nonché argine alle pericolose spinte distruttive o antisistema; la Legge, a sua volta, non può prescindere da una elaborazione di contenuti di natura etica e pregiuridica che trova nelle religioni una linfa vitale e insostituibile. Il secondo, riprendendo un precedente suo scritto apparso in materia, ha sostenuto che “il dilemma esistenziale lo si è storicamente risolto riservando il massimo di garanzia a tutti coloro che si collocano entro la piattaforma dei consensi/dissensi volta a volta ritenuti compatibili con la sopravvivenza dell’insieme e lasciando invece in un limbo assai meno garantista il dissenso che si colloca fuori dalla piattaforma”. Non c’è chi non veda che questo possa esser considerato un difetto della democrazia liberale; oppure, ribaltando i termini della questione, potrebbe ritenersi “la naturale conseguenza del suo essere il reggimento degli esseri umani che ne condividono i principi basilari e che quindi non portano le diversità di opinioni e anche di interessi al punto di giustificare la messa a repentaglio dei diritti fondamentali di coloro che hanno opinioni o interessi diversi. Davanti alle tante diversità che il mondo di oggi mette insieme, badiamo bene a non essere né assimilazionisti, né integrazionisti, e cerchiamo piuttosto di delineare percorsi di feconda contaminazione all’insegna dell’accettazione reciproca”. Il Ministro, pur tenendo a rimarcare la sua condizione di non credente e rintracciando nelle dinamiche attuali i tratti tipici di una società post-secolare, ha finito per concordare con la soluzione proposta dallo studioso bavarese.
I problemi che in una società complessa provocano le opzioni religiose, non possono far dimenticare quanto i medesimi ideali religiosi (in particolare quelli cristiani) abbiano contribuito a fondare l’idea stessa di democrazia liberale. L’esperienza del passato, inoltre, conforta sulla evoluzione del fenomeno religioso in senso convergente rispetto al progressivo riconoscimento di spazi di libertà e partecipazione.
Alla luce di queste premesse, è possibile comprendere, da un lato, l’indirizzo politico impresso al Dicastero dell’Interno nei confronti delle specifiche questioni legate all’ immigrazione musulmana e immaginare, dall’altro, i percorsi che è auspicabile si mettano in moto nei paesi islamici e, in generale, presso i seguaci di Maometto, ovunque essi conducano la propria esistenza.
Ritenuto, quindi, che lo Stato Liberale non debba comprimere la libertà religiosa, per non andare contro la sua stessa essenza, risulta opportuno, altresì, che lo stesso ne promuova la piena attuazione, perché da essa ricava linfa valoriale preziosa per il suo stesso sviluppo e la sua autodifesa.
A questo punto possiamo passare al secondo interrogativo. Di quali religioni ha bisogno lo Stato Liberale? O meglio, quali elementi deve avere una fede per portare un contributo prezioso allo sviluppo o alla nascita di una democrazia?
Rispondere che una religione, per giungere ad un simile risultato, debba avere tratti comuni o coincidenti col cristianesimo/cattolicesimo non può considerarsi soddisfacente. Come dimenticare, infatti, che fino al Concilio Vaticano II l’approccio della Chiesa Cattolica nei confronti dei sistemi democratici fosse connotato da una serie troppo ampia di distinguo o precisazioni? Come dimenticare che Nazioni, come per esempio gli Stati Uniti, oggi ritenute esempio di libertà e di rispetto della convivenza civile, fino a pochi decenni or sono conobbero tragedie quali la discriminazione razziale, pur in un quadro generale di cultura cristiana? E che dire poi dei, pur incompleti e faticosi, percorsi democratici e laici avviati in paesi di forte tradizione non cristiana e distanti fra loro -non solo geograficamente- come l’Indonesia, la Tunisia o la emergente potenza Indiana?
Certamente lo Stato Liberale non ha bisogno di una religione che predica l’abbattimento dello stesso o un sovvertimento violento dei faticosi percorsi che hanno consentito alle popolazioni occidentali di godere di ampi spazi di libertà e autodeterminazione responsabile.
Questa semplice considerazione in negativo ci consente di abbozzare una prima risposta, proponendo insieme un’analisi sulla controversa e attuale figura di Tariq Ramadan. Questi è un personaggio assai discusso e, come ha precisato il prof. Guolo (uno dei più accreditati studiosi italiani contemporanei di mondo islamico), non facilmente etichettabile. Si tratta del nipote di Hasan Al Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani (una delle più attive organizzazioni propugnanti la deriva islamista), ma anche di un fine intellettuale euroislamico, di origine egiziana ma svizzero di adozione, che vuole fare i conti con l’ingombrante avo, misurandosi a viso aperto con le importanti sfide proposte dalla cultura occidentale.
Ramadan, per alcuni, è un fautore della dissimulazione che usa un linguaggio ambiguo, ora strizzando l’occhio agli islamisti e ora agli intellettuali occidentali, per altri, invece, è un pensatore che chiede comprensione all’occidente per la prudenza dei suoi strappi, al fine di compiere il difficile compito di traghettatore dei musulmani d’Europa verso una piena accettazione della democrazia.
A parte il consiglio di affrontare la lettura del libro “Chi ha paura di Tariq Ramadan?”, che permette di farsi un’idea più precisa sulla reale portata del pensiero del discusso intellettuale attraverso la lettura diretta dei suoi intereventi, è opportuno dare conto delle due posizioni polarizzatesi, durante la presentazione dell’opera citata, attorno alle opinioni del Ministro Amato e dell’ex Ministro e attuale direttore del Foglio, Giuliano Ferrara.
Il giornalista, con la consueta sagace vena provocatoria, ha rimarcato l’ambiguità del pensatore d’origine egiziana, ma soprattutto ha posto in dubbio la complessiva riformabilità della religione islamica, la quale conserva indiscutibili profili totalizzanti e di valorizzazione della potenza militare, in assenza di una reale spinta alla netta separazione fra politica e religione.
Il Ministro, pur riconoscendo a Ferrara di aver toccato il punto centrale della questione e non nascondendo le difficoltà di un processo di riforma di un sistema religioso che ha perso molte delle occasioni storiche avute, ha voluto sottolineare come sostenere l’irriformabilità di questo, come di altri sistemi religiosi, in senso convergente rispetto ai valori delle liberaldemocrazie, sarebbe una dichiarazione d’impotenza e una conclusione affrettata alla luce di ciò che la storia insegna. Le citate esperienze in senso democratico di alcune Nazioni islamiche, seppur timide e incomplete, vanno incoraggiate e stanno lì a dimostrare la percorribilità di tale via.
Anche le religioni che oggi accompagnano e sostengono lo Stato democratico e liberale, hanno dovuto compiere un lungo e faticoso cammino, fatto di strappi e resistenze, prima di imboccare decisamente questa strada.
Non si può rappresentare come agevole un simile percorso, ed i tempi lunghi preconizzabili mal si conciliano con le emergenze presenti nel mondo contemporaneo; però, credere nella riformabilità del sistema (rectius dei sistemi) di valori che ispirano i musulmani, dentro e fuori l’Europa, è necessario e non può ritenersi professione di ingenuo ottimismo. In questo senso, le “ambigue” posizioni di Ramadan, considerate retrive e insufficienti dagli occidentalisti e rivoluzionarie dai tradizionalisti islamici, devono esser vagliate nel loro contenuto concreto: spesso in esse è dato rintracciare il tentativo di avvicinare due mondi che faticano a riconoscersi.
Ramadan, come è destino di tutti coloro che si trovano “in mezzo al guado”, espone concetti inaccettabili per coloro che si trovano sulle “sponde opposte del fiume”. Insomma è un intellettuale da seguire senza ingenue aperture di credito ma anche senza pregiudizi, apprezzando lo spirito di chi vuole costruire un ponte fra i musulmani d’Europa e la democrazia.
Tanto è emerso dal vivace dibattito tenutosi lo scorso 26 ottobre presso la sede dell’Associazione della Stampa Estera di Roma, a completamento delle riflessioni già avviate al Teatro Eliseo, qualche giorno prima, in presenza del Prof. Bockenforde.
Sommessamente e in chiusura, desidero proporre al lettore alcuni interrogativi che la partecipazione agli interessanti dibattiti recensiti ha stimolato ma non ha contribuito a risolvere, nella speranza che inneschino un supplemento di riflessione per coloro che si sono cimentati in questa lettura.
Può la Legge continuare a rivestire il ruolo (esaltato da Bockenforde e sottolineato da Amato) di composizione dei conflitti e di punto di incontro per la pacifica convivenza fra diversi, in un contesto storico ove sempre più complessi, articolati e contraddittori diventano i suoi processi genetici? Può raggiungersi questo risultato in un quadro dove le autonomie locali, la sussidiarietà, il multilateralismo e policentrismo internazionale vengono, giustamente, valorizzati? In quale momento e in capo a quale autorità è dato rintracciare l’indispensabile momento di sintesi? Come può profilarsi una eventuale sintesi ad “assetto variabile” senza il rischio di cadere in un’ insanabile contraddizione?
Infine meritano ulteriore attenzione alcune considerazioni sulla riformabilità del sistema valoriale islamico: poiché tale riforma (ritenuta possibile e necessaria) deve avvenire dall’interno (ciò spiega le aperture di credito verso un pensatore come Ramadan) e deve riguardare la religione nella sua essenza (richiamando il forse troppo abusato parallelismo col Concilio Vaticano II, non bisogna dimenticare che questo fu in primis svolta teologica e solo di conseguenza svolta politica), come potrà avvenire ciò in maniera rapida e armonica presso una religione che non riconosce un’autorità sovraoridinata e che, tanto dagli studiosi islamici quanto da quelli occidentali, viene ritenuta “religione senza centro”? Chi può assicurare che le masse islamiche, anche qualora significative porzioni di quel mondo abbraccino una lettura del loro credo pienamente compatibile coi sistemi liberaldemocratici, non cedano alle opposte spinte controriformiste degli islamisti radicali?
 
 
5 novembre 2007