Questo sito utilizza cookies tecnici e di terze parti per funzionalità quali la condivisione su social network e/o l'analisi statistica del comportamento degli utenti online. Chiudendo questo banner acconsenti all’uso dei cookies. Se non acconsenti all'utilizzo dei cookies di terze parti, alcune di queste funzionalità potrebbero essere non disponibili. Per maggiori informazioni consulta la pagina Note legali e privacy.

H_Udine.jpg

Nessuno è prefetto! Ovvero del come diventare Super Amministratore

Meglio dichiararsi subito. Nessuno degli ideatori, artefici, curatori di questo sito è un Prefetto, con la “P” maiuscola, ossia quella figura apicale dell’amministrazione italiana, che tanta parte ha avuto e continua ad avere nella storia di questo Paese; e che sta “ossessionando” la vita di un gruppo di cittadini da oltre quattro anni, anzi precisamente dal 31 dicembre 2002, data in cui nella gazzetta ufficiale della repubblica italiana veniva pubblicato il primo bando di concorso pubblico per l’accesso alla carriera prefettizia, successivo alla riforma della stessa avvenuta con D.Lgs. 139 del 2001.
Da quel giorno, le speranze di molti aspiranti che attendevano quel momento da tempo e la curiosità di altri che non possedevano una precisa idea di cosa facesse un Prefetto, e tanto meno un prefettizio, si sono accese su una prospettiva di lavoro, di carriera, di missione che – per alcuni di loro, i più bravi o fortunati – si è snodata per un lungo percorso fatto di rinvii di date, pubblicazioni di quesiti, preselezioni informatiche su sette materie svolte in contemporanea in sei città diverse, cinque prove scritte in cinque giorni consecutivi per una durata totale netta di 35 ore di scrittura (senza considerare le ore di attesa!), un esame orale vertente su circa tredici materie, la pubblicazione della graduatoria finale il 24 novembre 2005 e l’inizio del corso biennale di formazione a Roma..

Pensandoci a posteriori, bisognava possedere elevate doti di temerarietà per prendere solo in considerazione la possibilità di presentare la domanda di partecipazione al concorso!
Eppure siamo qui, semplici cittadini, sopravvissuti alle mille fatiche e allo stillicidio di emozioni, a confrontarci col “moloch” prefettizio, e a costituire questo spazio informativo e comunicativo virtuale per raccogliere impressioni, riflessioni, esperienze, le nostre di parvenu e quelle di chi è già dentro il “moloch” da anni. Magari cercando di fornire un’immagine di questa professione, da sempre messa in discussone, ma oggi quanto mai viva e vegeta, anche a chi ne ha una vaga, parziale, idea.
Da quando siamo entrati a far parte di questo gigante burocratico, già nelle prime ovattate braccia della S.S.A.I. (Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno) presso cui abbiamo iniziato il lungo corso di formazione (2 anni!), ci siamo resi conto che dovevamo affrontare due fondamentali problemi cognitivi: 1) capire dove eravamo capitati; 2) capire quale doveva o poteva essere il nostro ruolo.
Le due domande, strettamente interdipendenti, sono comuni a tutti coloro che iniziano una nuova esperienza professionale, in un ambiente non conosciuto in precedenza.
Nel Ministero dell’Interno, tuttavia, le risposte assumono connotati affatto peculiari.
Intanto, quanto al primo punto, ci si rende subito conto di essere finiti nel cuore dello Stato e del sistema amministrativo pubblico in generale.
Non che non ce ne fossimo fatti un idea già in fase di preparazione al concorso, ma entrare in una organizzazione che si occupa di sicurezza della cittadinanza, di ordine pubblico, di garanzia dei diritti e delle libertà civili, di immigrazione, di gestione delle emergenze, di difesa civile, del sistema di rapporti tra Unione Europea, Stato ed enti locali, ecc., dapprima fa tremare un po’ i polsi, per la delicatezza e rilevanza delle funzioni interessate, ma poi – tirato un profondo respiro e alzata la fronte – inorgoglisce e motiva come nient’altro un cittadino che vuole mettersi al servizio del bene comune.
A complicare la cosa, vi è da aggiungere che in questa amministrazione ci siamo entrati non dalla porta di servizio ma dal portone monumentale principale, ossia facendo ingresso nel Corpo Prefettizio, ossia una piccola e misconosciuta congrega di funzionari dello Stato con soli 200 anni di vita!
E la differenza si è compresa subito: ricevimento dal Capo dello Stato (l’amato Ciampi) prima ancora del decreto di nomina, visita a istituzioni pubbliche e organizzazioni private fondamentali nella vita del Paese (Corte Costituzionale, Consigli Regionali, FIAT, RAI, solo per citarne alcune), tanto per farti sentire nel cuore del sistema.
Lo scotto era facilmente intuibile: corso di formazione multi-disciplinare, anzi “omni-disciplinare”, giacché doveva fornirci strumenti per muoverci a nostro agio, oltre che nelle materie giuridiche tradizionali, nel campo della geo-politica, delle relazioni internazionali, della sociologia generale e applicata alle organizzazioni, della macro-economia e della politica economica, della psicologia sociale e della comunicazione, delle tecniche di management nelle aziende private e pubbliche, sino a quello della previsione di scenari futuri. Il tutto condito dall’approfondimento, ad un livello più che basilare, di una lingua straniera e delle tecnologie informatiche.
Insomma, c’è mancato qualche modulo nei settori della teogonia e della fisica delle particelle, per definirci tanti piccoli Diderot allo sbaraglio...
Senza considerare che un vero Prefetto, sempre quello con la “P” maiuscola, non deve solo sapere o saper fare, ma deve anche saper essere: deve esercitare autorità, ma essere al contempo autorevole, deve essere aggiornato sulle novità normative e giurisprudenziali, e contemporaneamente dominare le tecniche di negoziazione, mediazione, comunicazione, ecc.
Ma, verrebbe da dire, NESSUNO È PREFETTO!
Come si fa a diventare, seppur dopo un concorso e un corso tanto lunghi e difficoltosi, questo vero e proprio SUPERMAN dell’amministrazione pubblica? ImageSuperman
Evidentemente un piano formativo così ampio non poteva toccare che per sommi capi una tale congerie di materie. Ma, comunque, è servito per farci toccare con mano uno degli attributi del funzionario prefettizio, ossia il suo essere “generalista”.
Per essere più precisi, giacché non viviamo ai tempi dell’illuminismo francese o in quelli di Pico della Mirandola, ma in una società che si fonda su un approccio scientifico-specialistico, il carattere di “generalista” si attaglia meglio all’intero Corpo prefettizio, più che al singolo. Nel senso che è possibile rinvenire nell’insieme dei suoi componenti il più ampio ventaglio di competenze, conoscenze, esperienze, rintracciabile in una qualsiasi compagine burocratica, fermo restando il fatto che ciascuno può aver privilegiato, nel suo percorso lavorativo, uno o più settori specifici, magari seguendo sue particolari inclinazioni.
Questo è uno degli aspetti che più affascinano di questa carriera: lo spettro di attività e funzioni è così variegato, multi-forme, policentrico, che ad ognuno che intenda offrire il proprio apporto alla causa comune è data (almeno in teoria) una opportunità professionale. Proprio perché variegata, multi-forme, policentrica è la società attuale in cui il funzionario prefettizio è chiamato ad operare.
Ci si trova, allora, dinanzi alla seconda questione, al secondo punto interrogativo posto all’inizio di questo articolo: qual è, quale deve essere e quale può essere, l’apporto, il contributo, che una nuova generazione di “consiglieri”, entrati dopo dieci anni dal precedente contingente di funzionari prefettizi, e per la prima volta all’esito di un concorso/corso di livello dirigenziale, può fornire all’amministrazione dello Stato?
Come interpretare il ruolo di epigoni di una compagine di funzionari pubblici pluri-secolare, incastonata nella storia di questo Paese, nelle sue alterne vicende sociali e politiche, senza subire l’onusto peso della tradizione e al contempo vivificandola di nuova linfa?
Qualche spunto per la risposta potrebbe darlo il titolo di questo sito, anzi i titoli, visto che gli ideatori di questo spazio web ne hanno dati addirittura due.
Il primo, “Saranno Prefetti”, si muove sul solco di una precedente iniziativa telematica, sorta durante l’espletamento del concorso di cui si è scritto, e che costituiva e costituisce più che altro una forma beneaugurante di viatico per tutti coloro che si accingono ad affrontare la dura esperienza delle prove concorsuali.
Simboleggia, però, anche la forse eccessiva focalizzazione di questa carriera sulla sua figura apicale. Ciò che si riscontra, invero, nella considerazione sociale di cui gode il Prefetto, mentre scarsa è la conoscenza diffusa delle funzioni svolte dagli altri dirigenti di prefettura e del Ministero.
Sarebbe, invece, auspicabile garantire maggiore visibilità e dignità al lavoro svolto da tutte le componenti del Corpo prefettizio, ai differenti livelli di responsabilità.
Sin dal primo ingresso in carriera, ognuno di noi sente l’importanza delle funzioni esercitate, e se ne assume pienamente responsabilità e titolarità, senza necessariamente configurare il proprio operato in rapporto alla possibilità di conseguire o meno un avanzamento in carriera, e quindi un avvicinamento alla qualifica terminale di Prefetto.
La mia breve esperienza al Ministero dell’Interno mi ha proposto alcuni esempi negativi in questo senso; noi, entrati da poco in amministrazione, proviamo a invertire questa tendenza, ed assumiamoci in pieno, appena ce ne sarà data la possibilità, tutto il peso e la dignità delle funzioni dirigenziali attribuiteci dal capo dell’Ufficio, senza timori reverenziali né remore carrieristiche.
Il secondo titolo, “Eccellenza Comandi”, riprende una locuzione che suona obsoleta alle orecchie di molti di noi, vincitori del concorso, ma che, ci si può scommettere, è dato ancora ascoltare in qualche prefettura o ufficio ministeriale.
È il portato di una antica mentalità burocratica fortemente gerarchizzata, ormai lontana dalle logiche organizzative ispiratrici di una moderna amministrazione pubblica e della riforma avviata, ormai 8 anni or sono, dalla legge n. 266 del 1999.
Del termine “eccellenza” non è in discussione ovviamente l’accezione di titolo spettante ad un’autorità, giacché altrimenti sarebbero passati invano 60 anni dal decreto luogotenenziale 28 giugno 1945, n. 406 che abolì detto titolo attribuito dal regio decreto n. 2210 del 1927 a quattro alte cariche dello Stato.
Invece se ne tratta, soprattutto se abbinato all’esortativo “comandi”, come simbolo di una cultura, di un modello burocratico, che ha caratterizzato per lungo tempo la nostra amministrazione, ed il rapporto tra pubblici poteri e cittadino, ma che è definitivamente tramontato.
Le idee di autorità, di gerarchia, di potestà e soggezione in esso insite appartengono ormai ai testi di storia della pubblica amministrazione ed alla narrativa del secolo scorso che ha come sfondo o lambisce la vita nelle prefetture.
Volendo adattare la locuzione all’oggi, a ciò che attualmente si richiede ad un funzionario prefettizio, dovremmo piuttosto dire: “Amministratore, Ascolti”, o “Signor Prefetto, Risolva”.
Ma la parola “eccellenza” rimanda ad un ulteriore significato, questo meno obsoleto, più presente nella cultura, nella identità prefettorale, ossia quello di élite burocratica, di classe dirigente di riferimento.
Così come si parla di “centri d’eccellenza” per indicare quelle strutture che si pongono come punte di diamante, vertici ineguagliati in un determinato campo, soprattutto sanitario o della ricerca scientifica e tecnologica, la tradizione vede nel Corpo prefettizio il faro che illumina la strada dell’amministrazione pubblica, non solo italiana.
È ancora vero ciò? Si può oggi sostenere che il funzionario prefettizio rappresenti lo zenit sulla via dell’essere dirigente pubblico?
Nel rispondere a questa domanda sarebbe facile farsi condizionare dall’influenza esercitata da due secoli di storia di questa figura di servitore dello Stato.
Forse occhi scevri, ancora, da retaggi del passato, da indottrinamenti interessati, potrebbero vedere una realtà diversa da quella sinora raccontata, e porsi in confronto, senza sconti, con gli altri protagonisti, pubblici e privati, della vita di questo Paese sullo stesso piano, quello dei risultati di una sana competizione che ha di mira solo la realizzazione quotidiana del bene comune.
Toccherà probabilmente alle nuove generazioni di prefettizi incarnare stili direzionali, legati al concetto di leadership partecipativa, di motivazione e coinvolgimento dei collaboratori, di ascolto organizzativo, più consoni ad una società mutevole e complessa quale la nostra, e ad una macchina organizzativa più efficiente ed efficace.
Così come su di essi, su di noi, giovani e meno giovani funzionari prefettizi, cadrà la responsabilità di mantenere ad un livello di eccellenza, nel variegato panorama della dirigenza pubblica, il grado di comprensione della realtà, di reperimento e elaborazione delle informazioni, di propensione al cambiamento, di gestione delle risorse disponibili, che deve caratterizzare un dirigente pubblico moderno.

 

14 luglio 2007