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L'arte dei confini

E’ opinione largamente condivisa che il processo di globalizzazione in atto, tratto caratteristico della contemporaneità, è destinato a mettere in crisi concetti e istituzioni moderne come quelle di Stato e Nazione, nonchè i processi culturali che hanno contribuito a formarli. La compressione della dimensione spazio- temporale generata dalle nuove tecnologie di comunicazione e di trasporto, ha reso i legami trasnazionali molto più intensi, i mercati molto più integrati, cosicché gli eventi locali vengono modellati o influenzati da avvenimenti che si verificano a migliaia chilometri di distanza. Nel contesto attuale ove tutto appare fluido e in rapida evoluzione, gli strumenti concettuali e istituzionali forgiati nella fabbrica delle idee del Novecento sembrano all’improvviso inadeguati, non solo nella loro funzione prescrittiva ma anche semplicemente descrittiva del nuovo.
 
Per tentare di catturare le dinamiche dei nuovi scenari può essere illuminante osservarle da una particolare angolatura: quella del confine. Si intende far riferimento al confine territoriale dello Stato-Nazione, al confine tra pubblico e privato nel campo dell’economia, al confine del popolo che si autodetermina nel continuo esercizio della sua sovranità. Tutta la cartografia disegnata da questi confini è oggi in crisi. Il pluralismo degli Stati nazionali venutosi a creare a seguito della pace di Vestfalia nel 1648 aveva dato vita in Europa ad un sistema internazionale in cui gli Stati esprimevano la loro sovranità all’interno, sul proprio territorio, attraverso la gestione del monopolio legale della forza nei confronti dei cittadini e, all’esterno, in termini di indipendenza nei confronti degli altri Stati. Tale sistema sembra ormai incrinarsi. Negli ultimi anni risultano sempre più evidenti i processi che vedono gli Stati nazionali cedere porzioni della propria sovranità in favore di enti sopranazionali (come ad esempio è avvenuto nel caso della formazione dell’Unione Europea) al fine di affrontare problemi di dimensioni globali che il singolo Stato da solo, non è più in grado di risolvere: l’inquinamento, il controllo dei flussi migratori, la lotta alla criminalità organizzata.
 
L’esigenza di salvaguardare i diritti fondamentali dell’uomo in caso di violazioni che colpiscono interi segmenti di popolazione per ragioni di religione, etnia, cultura, lingua ha determinato, negli ultimi anni, la reazione della comunità internazionale nei confronti dei crimini contro l’umanità attraverso interventi militari e la creazione di Corti penali internazionali (per esempio nel caso della Bosnia e Kosovo). Vi è infatti un crescente consenso circa il fatto che il potere dello Stato di disporre della vita, della libertà e proprietà degli individui, siano essi cittadini o meno, non sia incondizionato né illimitato. Lo spazio giuridico travalica la sua connessione originaria al territorio dello Stato, non solo in ragione della progressiva affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo all’interno della comunità internazionale, ma anche in ragione della globalizzazione economica che produce una lex mercatoria, frutto dell’opera dei grandi studi legali internazionali, e indipendente dal diritto positivo statuale. L’interdipendenza economica, sempre più intensa, genera un processo di de-territorializzazione dei movimenti finanziari ed una crescente integrazione e apertura dei mercati.
 
Di conseguenza si assiste allo sviluppo del ruolo delle imprese multinazionali e di organismi internazionali (es. FMI, Banca Mondiale) nel governo dell’economia e contestualmente ad una progressiva dequotazione dei tradizionali sistemi di intervento dello Stato quali le pratiche protezionistiche e di nazionalismo economico. I fattori di competitività richiesti dalla globalizzazione, sia a livello economico che istituzionale, inducono ad un ripensamento complessivo delle politiche economiche in favore del libero mercato, di conseguenza, la linea di confine che separa il settore pubblico dal privato è destinata a spostarsi inevitabilmente a vantaggio di quest’ultimo. A ben vedere infatti, il sistema di welfare state, che ha caratterizzato il secolo breve, è in crisi profonda a seguito del sovraccarico di domanda prodotto dai processi democratici avanzati. Il libero mercato dunque, diviene il punto di riferimento per rimeditare l’attività complessiva dello Stato anche perché, come la caduta del muro di Berlino ci ha insegnato, in economia non c’è trade off tra libertà ed efficienza. A ben vedere non è in gioco solo il riposizionamento della linea di confine tra pubblico e privato ma anche il ruolo e lo spazio che la politica potrà avere in un futuro prossimo in cui il libero scambio dei privati sembra essere in grado di offrire soluzioni più rapide ed efficaci per i problemi concreti, di quelle prodotte a livello politico-istituzionale. Sotto la spinta delle migrazioni internazionali, caratterizzate da dinamiche imprevedibili, si avverte la esigenza di una ridefinizione di quanto esprime il We the people, cioè del confine del popolo, che delimita l’appartenenza ad una comunità circoscritta che condivide una specifica cultura, storia e tradizione.
 
L’attribuzione agli immigrati della titolarità dei diritti umani fondamentali, anche in assenza di riconoscimento dei diritti politici, produce una frammentazione dell’unicità del paradigma della cittadinanza, cosicché nuovi confini interni vengono creati in ragione della posizione giuridica dell’immigrato all’interno dell’ordinamento. Al contempo l’essenza multiculturale e multietnica della società contemporanea determina la transizione dello status di cittadinanza, da una concezione che privilegia il legame viscerale alla Nazione, ad una concezione che fa leva sull’idea della partecipazione attiva, sostanziata di diritti e doveri, alla vita della comunità. L’omogeneità culturale della Nazione cede il posto a molteplici forme di convivenza multiculturale. Ciò che appare indispensabile dunque è ridefinire lo spazio della politica ampliando le sfere di libertà esistenti sulla base di un condiviso linguaggio dei diritti fondamentali e della solidarietà sociale, al fine di canalizzare positivamente i conflitti che nella società multiculturale sono inevitabilmente destinati a prodursi. La erosione dei tradizionali confini dello Stato, del popolo, della nazione, procede tuttavia non senza ambiguità e contraddizioni, infatti, accanto alle spinte universalistiche di stampo cosmopolitico ispirate dal processo di globalizzazione, si nota a livello locale la riviviscenza di movimenti nazionalistici e xenofobi. La politica, arte del tracciare i confini, non sembra possedere ancora gli strumenti necessari per riordinare il nuovo spazio della globalizzazione.
 

18 novembre 2007