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I problemi dell'Italia del dopoguerra

Sommario . 1. I problemi dell’Italia del dopoguerra: banditismo, separatismo, ordine pubblico. 2. La ripresa della vita democratica e politica del Paese. 3. Le elezioni del 1948 e la scelta di campo nella logica di Yalta. 4. Gli anni del centrismo 1948/1953.


1. I problemi dell’Italia del dopoguerra: banditismo, separatismo, ordine pubblico.

La fine della seconda guerra mondiale è vista dalla concorde dottrina storiografica come una sorta di metaforico spartiacque che segna il declino delle potenze del Vecchio Continente e l’ascesa degli Stati Uniti d’America in contrapposizione ai paesi del blocco sovietico. Gli eventi sconvolgenti del secondo conflitto mondiale portano, innanzitutto, ad una perdita di centralità di nazioni come la Francia, la Germania e l’Inghilterra in passato protagoniste dello scenario mondiale.

Gli anni che seguono la fine del secondo conflitto sono caratterizzati in Europa da notevoli sconvolgimenti che porteranno nel breve volgere di qualche anno allo scioglimento di quel fronte comune costituito da Usa, Inghilterra ed Urss che aveva consentito di sconfiggere il nazifascismo in Europa[1].
 
In particolare i primi anni del dopoguerra sono caratterizzati in Italia dal susseguirsi di sconvolgimenti politico - istituzionali di primo piano causati dall’inevitabile necessità di creare le basi ed il fondamento per un ordinamento democratico dopo la deriva illiberale dell’esperienza del Ventennio.

Liberata e riunificata nella primavera del 1945 [2], l’Italia si trovò ad affrontare al pari delle altre nazioni uscite dal conflitto, i problemi della ricostruzione [3].

I bombardamenti e le distruzioni di strade ed infrastrutture avevano creato gravi disarticolazioni al sistema stradale e ferroviario, l’economia era in gravissime condizioni e la popolazione risentiva dei disagi dovuti alla mancanza di beni di prima necessità che aveva favorito un po’ dovunque la diffusione del mercato nero. L’elevata disoccupazione, la crisi d’identità di una Nazione uscita sconfitta dalla guerra dopo venti anni di dittatura si rifletteva nella crisi istituzionale di un Paese da rifondare[4] (nonostante la svolta dell’8 settembre ’43, infatti, al tavolo del trattato di pace nel 1947, l’Italia sarà considerata tra i responsabili del secondo conflitto e sarà condannata a pagare le indennità alla Grecia ed agli altri paesi aggrediti durante gli anni dell’espansione coloniale in Africa).

L’insieme di questi fattori causò l’emersione di gravi fenomeni sociali quali la diffusione del banditismo in Sicilia[5], l’emersione, sempre in Sicilia, di spinte separatiste alimentate da un movimento indipendentista legato ai grandi proprietari terrieri ed alla classe dirigente dell’epoca pre - fascista, la ripresa delle armi nel centro - nord da parte di gruppi insurrezionali[6] che finita la resistenza vantavano pretese di epurazione nei confronti di coloro che erano stati compromessi con il precedente regime[7].


2. La ripresa della vita democratica e politica del Paese.

Il ritorno alla democrazia vede come protagonisti di primo piano i partiti socialista e comunista, principali artefici della Resistenza rappresentati in questa fase da leader carismatici del calibro di Pietro Nenni e Palmiro Togliatti grandi protagonisti della mobilitazione antifascista[8]. Il partito comunista in particolare era molto diverso dal piccolo partito leninista – operaio fondato a Livorno nel 1921: aveva, infatti, dopo la Liberazione ampliato la base del proprio consenso al di là del tradizionale appoggio di cui godeva presso le classi operaie, coinvolgendo gli intellettuali che aspiravano ad un radicale cambiamento della classe politica del paese e trasformandosi in un grande partito di massa in senso moderno.

Come alternativa ai partiti di sinistra si presenta in questa fase la Democrazia Cristiana, risorta dalle ceneri del Partito Popolare fondato da Don Sturzo nel 1919, ispirata alla dottrina sociale - cattolica e contraria alla lotta di classe. La classe dirigente del partito era composta da quei giovani che nel ventennio avevano militato nelle file dell’Azione Cattolica il cui operato, seppur entro i limiti di un tacito accordo, il regime fascista aveva tollerato[9].

Si segnalavano inoltre il partito liberale il cui principale esponente era Luigi Einaudi, il partito repubblicano che si distingueva per l’intransigenza sulla questione istituzionale ed il partito d’azione di Ferruccio Parri, protagonista di spicco della Resistenza che tuttavia avevano un ruolo marginale in termini di consenso popolare. Residuavano inoltre alcuni partiti monarchici che divennero protagonisti durante il periodo che precedette il referendum istituzionale.

Tuttavia, merita menzione in questa fase la nascita di un movimento d’opinione fondato dal commediografo Guglielmo Giannini e noto come Fronte dell’Uomo qualunque o movimento qualunquista che in breve si propose di incarnare il malcontento del cittadino medio, l’uomo qualunque appunto, esprimendo avversità ai partiti e manifestando il disagio di coloro che dopo aver subito la dittatura del ventennio fascista temevano di subire lo strapotere dei partiti del CNL[10] protagonisti del primo governo di unità nazionale.

Tuttavia il consenso raccolto da questo movimento fu per lo più effimero e finì poi per coagularsi nelle file del partito liberale o della democrazia cristiana[11].

3. Le elezioni del 1948 e la scelta di campo nella logica di Yalta.

Il primo appuntamento politico in cui sarebbe stato possibile misurare le rispettive forze in campo fu il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 in cui tutti i cittadini (comprese le donne cui fu riconosciuto il diritto di voto) furono chiamati a scegliere tra la monarchia e la repubblica.

La repubblica si affermò con un margine abbastanza netto nonostante Vittorio Emanuele II avesse deciso all’ultimo di abdicare in favore del figlio Umberto II che, all’esito del referendum, partì in esilio per il Portogallo.

Nell’occasione del Referendum gli italiani furono chiamati altresì a votare e scegliere mediante libere elezioni (le prime dopo 25 anni) i rappresentanti che avrebbero fatto parte dell’Assemblea Costituente incaricata di redigere la Costituzione[12].

La democrazia Cristiana si affermò in seno all’Assemblea Costituente quale primo partito seguito dal partito socialista e dal partito comunista. Restava fuori dell’orizzonte politico la destra. Soltanto nel dicembre 1946 si costituì il Movimento sociale Italiano.

Tuttavia gli esiti del voto dimostrarono ancora una volta le latenti divisioni in seno al Paese: la repubblica si era, infatti, affermata prevalentemente al Nord, mentre il sud restava ancora legato alla tradizione monarchica, i partiti di ispirazione socialista erano prevalenti nel Nord, mentre la Democrazia Cristiana e gli altri partiti di ispirazione conservatrice restavano fortemente diffusi nel Mezzogiorno.

Il successivo biennio che va dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946 alle elezioni del 1948 è caratterizzato da una certa stabilità politica dovuta alla perduranza dell’alleanza tra i partiti protagonisti della Liberazione (comunisti, democristiani e socialisti) che si accordarono per l’elezione del Primo Presidente della Repubblica, Enrico De Nicola.

Tuttavia in questa fase si manifestano alcuni contrasti tra la Dc e le sinistre alimentati anche dalla grave crisi internazionale che aveva portato alla rottura dell’asse vittorioso sul nazifascismo costituito da Usa, Urss ed Inghilterra. Si assisteva all’inizio di un acutizzarsi del confronto tra Usa ed Urss in particolare sulla gestione della ricostruzione della Germania “denazificata”[13].

L’inasprirsi dello scontro sociale, le divisioni politiche già esistenti, gli echi della guerra fredda portarono ad una radicalizzazione dei conflitti, a farne le spese fu il partito socialista che andò incontro ad una storica scissione[14] tra le due correnti presenti al suo interno: da un lato un primo schieramento guidato da Nenni che si batteva per mantenere i caratteri classisti e rivoluzionari del primo socialismo appiattendosi su posizioni filo - comuniste e, d’altra parte, un’ala moderata guidata da Saragat che proponeva un allentamento dei legami con l’Urss anche per timore delle conseguenze che in Europa orientale aveva causato l’aggressività della politica di Stalin[15].

Dall’inizio del 1948 tutti partiti si impegnarono in una grande campagna elettorale, la prima della storia repubblicana. Lo scontro tra gli schieramenti era fin troppo netto e definito. Da un lato si presentava la Democrazia Cristiana di De Gasperi che poté contare nel corso della campagna elettorale sull’appoggio della Chiesa e dell’associazionismo cattolico oltre che sull’appoggio indiretto degli Stati Uniti che miravano ad attrarre l’Italia nella loro sfera d’influenza[16] e che minacciarono l’interruzione degli aiuti del Piano Marshall [17] nel caso di vittoria del partito comunista. La D.C. calibrò la campagna elettorale in termini di “scontro di civiltà”[18] facendo leva sull’inconscio e sulle paure di coloro che temevano[19] l’avvento al potere delle sinistre come un salto nel buio con il rischio, paventato come non molto remoto, di un’invasione militare da parte dell’Urss che avrebbe all’allungato sull’Italia la sua sfera d’influenza.

Socialisti e comunisti al contrario si appellarono in campagna elettorale alle esigenze di rinnovamento ed alla necessità di miglioramento delle condizioni economico - sociali di larghe fasce della popolazione ponendo l’accento su una propaganda di tipo populista – classista spesso però appiattendosi su posizioni filo-sovietiche[20].

Le elezioni del 18 aprile 1948 videro una netta prevalenza delle forze moderate capeggiate dalla D.C. ed una netta sconfitta dei partiti di estrazione socialista-operaia.

L’estate del 1948 fu caratterizzata dall’esplodere di tensioni e moti di piazza a tratti insurrezionali soprattutto dopo la diffusione della notizia dell’attentato a Togliatti ferito davanti a Montecitorio per mano di uno studente di destra.

Fu nell’occasione che il governo inaugurò una nuova stagione improntata alla repressione ed alla gestione dura della piazza che caratterizzerà i primi anni del governo D. C. quando la guida del Ministero dell’Interno sarà assegnata a Mario Scelba[21].

4. Gli anni del centrismo 1948/1953.

La prima legislatura della storia repubblicana fu caratterizzata dal monopolio al governo della democrazia cristiana legittimato dalla netta vittoria elettorale e da una conseguentemente solida base parlamentare alla cui egemonia, secondo la formula ideata da De Gasperi, facevano da corona piccoli partiti laici.

Particolarmente sentita fu l’esigenza di procedere ad un immediato risanamento del deficit finanziario attraverso una politica di grande rigore fiscale che portò, nel giro di pochi mesi, al rientro dei capitali dall’estero e ad una sensibile frenata dell’inflazione tipica di tutte le economie post - belliche ma particolarmente preoccupante in Italia.

D’altra parte la politica del rigore fiscale porterà un ulteriore contrazione dei consumi ed il peggioramento delle precarie condizioni di vita dei ceti disagiati. Nonostante gli Stati Uniti per primi avessero predicato il ricorso nei paesi europei a politiche Keynesiane con massicci interventi dello Stato nell’economia, i primi anni del governo De Gasperi furono caratterizzati da tendenze economiche liberiste[22].

Furono in questi anni realizzate la riforma agraria nel centro - sud che porterà alla graduale scomparsa del latifondo e saranno avviate attraverso il finanziamento della Cassa per il mezzogiorno le prime grandi infrastrutture viarie.

Il Paese comincia a modernizzarsi, e si intravedono timidi interventi statali [23] nell’economia attraverso il potenziamento degli Enti di Stato quali l’Agip, l’Iri, mentre nel 1953 è dato vita all’Eni[24].

Tutto ciò apre la strada ad una nuova epoca dell’interventismo economico attraverso la creazione del Ministero per le Partecipazioni Statali. Tuttavia se da un lato l’abbandono di politiche strettamente liberiste produce i suoi vantaggi nell’incremento della domanda di beni e servizi e nel miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, proprio in questi anni si vengono a porre le basi per quel pericoloso intreccio tra politica ed apparati dell’economia di Stato che sarà la causa delle degenerazioni partitocratriche dei decenni successivi.

Si pongono in questi anni, anche attraverso la creazione di imponenti opere viarie, le basi per il più grande boom economico cui si assisterà soltanto nel decennio seguente[25].

Nel tentativo di consolidare la maggioranza di governo in vista delle successive elezioni, il Parlamento, nel 1953 approvò una nuova legge elettorale che garantiva un premio di maggioranza alla coalizione di partiti in grado di superare la soglia del 50% dei voti. Tuttavia poiché né l’estrema destra né l’opposizione erano in grado, neanche attraverso liste apparentate, di raggiungere la soglia che faceva scattare il premio di maggioranza: parve chiaro che si trattò di una legge ad hoc per garantire maggiore stabilità alla maggioranza di governo.

L’opposizione diede vita ad una violenta campagna di stampa contro quella che divenne “la legge- truffa”.

Tuttavia alle elezioni del 1953 la democrazia Cristiana, anche per via di scelte impopolari in materia economica, non raggiunse l’agognata soglia del 50% dei voti ed il premio di maggioranza non scattò.

Questa prima sconfitta segnò la fine dei primi governi centristi e comportò la necessità per la D.C. di considerare l’ipotesi di quell’apertura a sinistra le cui condizioni si verificheranno pienamente soltanto nel successivo decennio[26].

La sconfitta della DC nel 1953 segnò anche la carriera politica di De Gasperi che morì nell’anno seguente lasciando quali eredi alla guida del partito quella generazione formatasi negli anni ‘20 sotto l’egida dell’Azione Cattolica rappresentata da Rumor, Taviani, Moro e che sarà protagonista della vita politica del Paese nel seguente decennio.

Dal punto di vista della politica estera la vittoria della DC nelle elezioni del 1948 comportò l’avvicinamento dell’Italia al mondo occidentale e quindi, anche se questo non è detto fosse un passo scontato, portò dopo un accesso dibattito parlamentare all’adesione all’alleanza militare NATO[27] nel 1949.

Fin dalla stipula del trattato di pace avvenuta nel febbraio 1947 tornano di attualità in politica estera alcune tematiche. Al trattato di pace di Parigi l’Italia oltre a pagare le riparazioni di guerra fu condannata a restituire i territori conquistati in Africa anche se di fatto già persi dopo la disfatta contro gli inglesi. Per quanto riguarda i confini non si registrò alcuna modifica sostanziale, tuttavia, riemerse la spinosa questione triestina che si trascinava sin dalla fine del primo conflitto mondiale. Già dal ’45 i Jugoslavi avevano occupato buona parte della Venezia – Giulia e rivendicavano Trieste. Sulla base di un primo accordo fu prevista una divisione di Trieste in due parti una zona sotto il controllo Jugoslavo e l’altro sotto il controllo degli alleati. Solo nel 1954, e dopo non poche tensioni, il controllo di Trieste tornò all’Italia. Tuttavia soltanto con il Trattato di Osimo del 1975 i due Paesi riconobbero reciprocamente la propria sovranità sui territori in questione. La vicenda contributi a riportate all’attenzione dell’opinione pubblica la questione di Trieste e della Venezia Giulia: il contrasto tra italiani e slavi esasperato dalle repressioni contro le minoranze etniche di origine slava durante il periodo fascista era riemerso alla fine della guerra con una serie di vendette contro gli italiani culminate con i sanguinosi episodi delle foibe (fosse naturali carsiche in cui furono gettati i perseguitati italiani dopo sommarie esecuzioni).


BIBLIOGRAFIA.

STORIA CONTEMPORANEA

1. Sabbatucci Giovanni, Vidotto Vittorio - Laterza - 2007. Il mondo contemporaneo. Dal 1848 ad oggi.

2. Giardina – Sabatucci - Vidotto, Storia. Dal 900 a oggi, Laterza, 2001

STORIA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

1. Guido Melis. Storia della amministrazione italiana (1861/1993), Edizioni Il Mulino, 1996.

2. S. Sepe, Lineamenti di storia dell'amministrazione italiana (1861-2002), Roma Carocci, 2003.
 

 

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[1] La Germania, infatti, virtualmente sconfitta già dall’autunno del 1944 capitolò nella primavera successiva stretta dalla morsa degli anglo-americani che avanzavano da ovest e dai Russi che arrivarono per primi alle porte di Berlino scoprendo gli orrori dei campi di sterminio nazisti. La guerra continuerà ancora per qualche mese nel Pacifico per la strenua resistenza opposta dal Giappone che si decise, per mano dell’imperatore Hiroito, a firmare la resa soltanto dopo gli attacchi a Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945).

[2] Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’esperienza della dittatura fascista può dirsi conclusa. Tuttavia, Mussolini dopo la liberazione dalla prigionia di Campo Imperatore (AQ) avvenuta per mano dei tedeschi riparò a Salò dove con l’appoggio della Germania nazista diede vita all’esperienza della Repubblica Sociale di Salò. Di fatto dopo l’8 settembre ’43 il Paese si trovo spaccato in due e teatro, come non accadeva dai tempi di Napoleone, di scontro tra eserciti stranieri. Sin dal luglio 1943 gli Anglo - Americani sbarcano sulle coste della Sicilia e risalendo il continente riescono a liberare l’Italia centro - meridionale. Solo all’esito di una sanguinosa guerra di Liberazione, che vede schierati a fianco degli Alleati gli antifascisti, alcuni dei quali rientrati dall’esilio all’estero per partecipare all’impresa della Liberazione (25 aprile 1945), il Paese verrà interamente riunificato sotto un solo governo.

[3] Già all’indomani dello sbarco in Sicilia una commissione di esperti formata da militari americani aveva stilato un rapporto (V. Ellwood, L’alleato nemico, la politica dell’occupazione anglo - americana in Italia 1943/1946, citato da G. Melis, Storia dell’amministrazione italiana, il Mulino, 1996) da cui emergeva che la struttura estremamente centralistica dell’amministrazione italiana era una delle caratteristiche fondamentali dello stato italiano in aperta contraddizione con la natura tradizionalmente regionale della società italiana e ciò, secondo questo rapporto, facilitava come avvenuto nel caso del fascismo, l’assunzione di tutti i poteri da parte di una minoranza. In altri termini la relazione esprimeva un netto favore per una forma di stato – semi federale, basato su un largo decentramento di poteri alle regioni: non gli Alleati, dunque, ma i partiti e la burocrazia decisero per la continuità centralistica dello Stato. L’offerta americana di una sorta di consulenza al Governo italiano (ricorrente nei documenti del 1944) fu lasciata sostanzialmente cadere così come accadde per le altre possibili alternative autonomistiche implicitamente presenti nel governo CLN dove i poteri erano stati affidati ai prefetti politici designati dal Cln. Anzi di fronte alle potenzialità autonomistiche della situazione nel Nord del Paese, fu decisa la fine dei “prefetti politici” stabilendo che i prefetti dovessero esser scelti esclusivamente tra i funzionari di carriera. Cfr. G. Melis, Storia dell’amministrazione italiana, Il Mulino, 1996, 409.

[4] Come ricorda M.S. Giannini (Apparati amministrativi in La nascita della Repubblica. Atti del convegno di studi storici. Archivio Centrale dello Stato. Roma 4/5 giugno 1987, citato da Melis, Storia dell’amministrazione, cit.) a seguito dei fatti dell’8 settembre ’43 vigevano in Italia cinque differenti formazioni: al Nord i comandi tedeschi e la Repubblica Sociale, al Sud quelle del governo militare alleato e quello che rimaneva della burocrazia monarchica, sempre al Nord nelle zone liberate o comunque sottratte ai nazifascisti quella del CLNAI (Comitato nazionale Liberazione Alta Italia).

[5] Fenomeno che darà vita ad alcuni inquietanti episodi, tra cui quello della strage di Portella della Ginestra, di cui fu protagonista il gruppo capeggiato dal bandito Salvatore Giuliano. Come noto il fenomeno criminale in Sicilia riespose dopo i fatti dell’8 settembre e lo sbarco degli americani (luglio 1943) che per stabilire un contatto con la popolazione, necessario per rovesciare l’ormai vacillante regime fascista, non esitarono ad avvicinare esponenti malavitosi locali.

[6] Si intuì una diffusa preoccupazione per l’anormalità della situazione dell’ordine pubblico nel centro-nord in particolare si ricordano (Melis, op. cit., 410/411) le allarmanti denuncie dei prefetti di Modena e Parma circa le armi ancora in circolazione dopo la fine della guerra di Liberazione.

[7] La questione delle epurazioni, vale a dire l’allontanamento e la punizione nei confronti di coloro che erano stati legati al regime fascista, rappresenta uno degli aspetti più problematici dei primi anni di vita Repubblicana. Non mancarono le polemiche contro di quella che fu definita da M. S. Giannini (Apparati amministrativi cit. p. 248) “la ridicola macchina montata per la defascistizzazione”. Si ricordano alcuni provvedimenti in materia che, come ricorda G. Melis (Storia dell’amministrazione italiana, 1996, ed. il Mulino, 425) avevano previsto, quale forma di risarcimento, il richiamo in ufficio di coloro che durante il fascismo erano stati licenziati per cause politiche, l’istituzione dell‘Alto Commissariato per l’epurazione nazionale del fascismo che mirava a giudicare il comportamento di quei pubblici funzionari che si erano macchiati di “grave faziosità fascista”. Nel complesso la legislazione dell’epurazione si rivelò ambigua e farraginosa e ciò ne favorì un’applicazione parziale e reticente anche per via di un montante movimento di mobilitazione a favore degli epurandi che fu organizzato negli ambienti moderati. Comunque nonostante gli scarsi risultati, la macchina delle epurazioni impegnò le energie di larga parte dell’amministrazione italiana tra il 1943 ed il 1946 con notevoli strascichi giudiziari fino agli anni ’50, contraddistinguendosi per la notevole percentuale di proscioglimenti, la quasi costante riforma in appello dei giudizi sfavorevoli all’inquisito in primo grado e in ogni caso per l’applicazione di sanzioni per lo più blande. Infine, nel 1946, fu lo stesso Togliatti nella sua veste di ministro della Giustizia a volere fortemente l’amnistia che pose la parola fine ad operazione molto difficile da concludere se non altro per la consistenza degli appoggi di cui il fascismo aveva goduto.

[8] Uno degli aspetti che merita un maggior approfondimento riguarda il ruolo degli antifascisti che non potendo fare aperta opposizione durante il regime per via del regime poliziesco istaurato furono costretti a riparare all’estero (ad esempio Gobetti, Saragat, Nenni) in particolare in Francia, come accadde agli attivisti del movimento “Giustizia e Libertà”, fondato dai fratelli Carlo e Nello Rosselli, ed in Spagna dove in occasione della guerra civile del 1938, molti antifascisti combatterono contro il regime franchista. Tuttavia, nel complesso, l’influenza del movimento antifascista durante gli anni del regime fu scarsa, ma contribuì dopo i fatti dell’8 settembre ’43 ad ispirare quel movimento di resistenza armata al nazifascismo ed anticipò in alcuni scritti dell’epoca interessanti riflessioni sulla nascita dell’Italia democratica di cui si immaginava l’avvento dopo la caduta del fascismo.

[9] In via di estrema sintesi si può affermare che, soprattutto dopo la firma dei Trattati del 1929, la Chiesa non svolse un ruolo di aperta contrapposizione al regime fascista con il quale in parte dialogò come dimostra il fatto che durante gli anni della dittatura mantenne indenne la rete di associazioni e circoli facenti capo all’Azione Cattolica ed alle altre organizzazioni giovanili educando una futura classe dirigente che, all’occorrenza, dopo la caduta del fascismo avrebbe potuto rendersi protagonista di una rifondazione istituzionale.

[10] All’indomani della Liberazione, dopo un lungo braccio di ferro tra socialisti e democristiani i partiti si accordarono per dare vita al primo governo di unità nazionale con la partecipazione di tutti i rappresentanti del Comitato di Liberazione nazionale protagonista principale della Resistenza in cui erano confluiti cattolici, laici e socialisti la cui guida fu affidata a Ferruccio Parri per via del prestigio personale guadagnatosi durante la guerra di liberazione. Il governo Parri si proponeva di favorire nel più breve tempo possibile la normalizzazione del Paese uscito sconvolto dalla guerra preparando il terreno per le elezioni democratiche ed il referendum istituzionale.

[11] Il qualunquismo nasce sostanzialmente come ribellione al sistema ed all’inefficienza della classe dirigente esaltando i valori dell’individuo in contrapposizione al sistema dei partiti.

[12] I lavori dell’Assemblea Costituente rappresentarono forse l’ultimo passaggio della collaborazione dei partiti antifascisti. I lavori si conclusero nel dicembre del 1947 non senza momenti di tensione, come accadde in occasione del voto sull’art. 7 della Costituzione che faceva riferimento ai Patti Lateranensi per la disciplina dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa, fortemente osteggiato dai partiti di sinistra. Tuttavia l’attuazione della Costituzione si rivelerà più difficile del previsto. Basti pensare che per quanto riguarda il riconoscimento delle autonomie locali soltanto intorno agli anni ‘ 70 si comincia a dare attuazione alle norme della Costituzione attraverso l’istituzione delle Regioni.

[13] Va, infatti, precisato che all’indomani del Trattato di Pace del 1947, la Germania era stata divisa in zone d’influenza interamente controllate dai Paesi vincitori. In particolare Berlino era stata divisa in quattro aree controllate rispettivamente da americani, inglesi russi e francesi. Tuttavia dopo la morte di Roosvelt e l’elezione di Truman il dialogo tra Usa e Urss le due potenze uscite vincitrici dal conflitto entra in crisi. Si giunge ad una politica di netta contrapposizione che ha nella crisi di Berlino il punto più acuto. Gli americani, gli inglesi ed i francesi avevano riunificato le proprie aree di controllo su Berlino: i sovietici imposero il blocco sulla parte orientale della città. Il blocco fu tuttavia eluso dagli anglo - americani con un gigantesco ponte- aereo e quindi fu revocato nel 1949. Era tuttavia chiaro che orami cominciava a farsi strada da questo momento un nuovo modo di gestire i rapporti di forza in Europa avviandosi verso quella fase che il giornalista Walter Lippmann definirà “guerra fredda”.

[14] Nel gennaio 1947 in occasione del Congresso del partito svoltosi a Roma, Saragat ed i suoi seguaci decisero di scindersi dal resto del partito dando vita ad un nuovo partito il Partito social - democratico Italiano (PSDI) la scissione, nota come scissione di Palazzo Barberini, fini in realtà con il rafforzare la posizione della Democrazia Cristiana stanca della convivenza forzata con i partiti di sinistra imposta dal primo governo di unità nazionale.

[15] Nel giro di pochi mesi dalla fine della guerra sotto la minaccia dell’invasione militare l’Unione Sovietica riuscì a sottomettere Bulgaria, Ungheria, Romania e soprattutto la Polonia imponendo la nascita di regimi satelliti in cui i rispettivi partiti comunisti legati a doppio filo al Pcus riuscirono ad imporre regimi illiberali ed antidemocratici che crolleranno soltanto a seguito degli eventi che portarono alla caduta del muro di Berlino (1989).

[16] A Yalta, in un summit svoltosi nella cittadina della Crimea poco prima della fine della guerra, Churchill, Stalin e Roosvelt avevo diviso l’Europa in zone d’influenza. Successivamente questa divisione in zone d’influenza si tramuterà in accordi di difesa internazionale del territorio che porteranno alla nascita della N.A.T.O. e del Patto di Varsavia.

[17] Si trattava di un piano che prese il nome dal Segretario di Stato americano che ne fu promotore e che prevedeva l’erogazione di prestiti a fondo perduto per i paesi europei che avevano affiancato gli Alleati durante il conflitto. Si trattava di aiuti che si rivelarono indispensabili all’acquisto di derrate e macchinari agricoli al fine di alleviare la crisi agraria ed alimentate in cui si dibattevano i paesi europei, tra cui l’Italia, all’indomani della fine della guerra.

[18] Giardina – Sabatucci - Vidotto, Storia. Dal 900 a oggi, LaTerza, 2001, 434.

[19] V. E. Di Nolfo, Le paure e le speranze degli italiani (1943/1953); ed. Mondadori, 1986, citato da Giardina – Sabatucci - Vidotto, op. cit, afferma: “La vittoria della Democrazia Cristiana era il risultato della paura. Questa veniva dal profondo e sarebbe durata a lungo perché nei mesi che la precedettero furono messi in moto motivazioni elementari e fondamentali per la vita dell’uomo…. Era una vittoria di tutti coloro che avevano paura di perdere la libertà, paure che le promesse delle sinistre fossero soltanto ingannevoli promesse di potenziali dittatori… certo accanto alle paure spiegabili vi erano paure più nascoste talora inconsce, comunque più volgari, poiché legate ad un’altra paura di base: quella di perdere i propri privilegi in una società più giusta”.

[20] Tutto ciò in un’epoca in cui cominciava a filtrare qualche notizia sulla crudeltà del dittatore comunista. E. Di Nolfo, op.cit., afferma: “La storia si sarebbe incaricata più tardi di dimostrare che il terrore staliniano non era solo un’invenzione della propaganda capitalistica”. Infatti, fino al XX congresso del Partito Comunista sovietico in cui Kruscev denunciò al mondo i crimini di Stalin non si poté mai con certezza appurare la fondatezza di quelle notizie.

[21] Dal 1947 al 1955 Mario Scelba fu responsabile del Ministero dell’Interno. La sua fu una gestione ferrea dell’ordine pubblico attraverso la creazione in quegli anni dei reparti di polizia mobile (la celere) ed attraverso un continuo monitoraggio del territorio mediante la rete di prefetti e questori sparsi nelle province. Fu ampiamente contestato da un opinione pubblica che lo scelse quale simbolo di una politica repressiva ed illiberale.

[22] Nonostante i prodromi nell’età giolittiana l’Italia approda al sistema del Welfare soltanto intorno agli anni ’60 in netto ritardo rispetto agli altri paesi europei.

[23] In questi anni gli economisti sono fermamente contrari ad ogni tipo di intervento dello Stato nell’economia anche perché l’interventismo in materia economica è visto come sinonimo tipico del dirigismo degli stati totalitari. In Italia durante il fascismo vi era stato, infatti, un radicale intervento e controllo statale di interi settori dell’economia.

[24] L’Ente nazionale Idrocarburi nasce per opera di una “discussa ma eccezionale figura” (così Melis, op. cit.) di manager di stato, Enrico Mattei, con l’ambizioso programma di rendere autonomo il Paese dal punto di vista energetico. Si assiste in questi anni ad una vera e propria “entificazione” che si sviluppa con il piano Fanfani per le case ai lavoratori (1949) e con la costituzione della Cassa per il Mezzogiorno che rappresentarono per certi versi la continuazione di processi iniziati nel periodo fascista con la costituzione dell’Iri. Gli assetti organizzativi di questi enti andarono con l’appesantire anche in termini numerici attraverso una notevole proliferazione del personale l’apparato burocratico dello Stato.

[25] Con il piano Fanfani e l’istituzione dell’Ina - casa si diede il via ad una massiccia opera di urbanizzazione per la costruzione di abitazioni da destinare ai lavoratori mediante agevolazioni. La riforma Vanoni invece introdusse per la prima volata in Italia l’obbligo di procedere annualmente alla denuncia dei redditi. Nel 1956 fu costituita in attuazione di quanto previsto dalla Costituzione, la Corte Costituzionale e, due anni, dopo il Consiglio Superiore della Magistratura.

[26] Si allude alla nascita del primo governo di centro-sinistra nei primi anni ’60.

[27] Nell’aprile del 1949 fu firmato a Washington il Patto atlantico (N.A.T.O.) alleanza militare difensiva tra i paesi dell’Europa occidentale, gli Stati Uniti ed il Canada cui aderirà l’Italia dopo la vittoria dei partiti filo-occidentali e moderati nelle elezioni del 1948.
 

31 ottobre 2007